Opera Austria Prospettive frammentate: arte nel cuore dell’Europa

di Cinzia Colzi // pubblicato il 17 Febbraio, 2007

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dopo un anno, torna con una mostra imperdibile, organizzata con il Forum Austriaco di Cultura di Roma e in collaborazione con il Consolato Onorario Austriaco di Firenze, la Leopold Franzens-Universität di Innsbruck e con il Patrocinio dell’Ambasciatore della Repubblica d’Austria in Italia.
Nello specifico momento di recessione e crisi economica che attanaglia l’intero nostro globo, nonché di ripensamento del ruolo degli investimenti culturali, un plauso, dunque, al Museo Pecci per essere riuscito a continuare, avvalorandola, la promozione dell’arte contemporanea in un progetto tanto ambizioso, ma in cui si percepisce chiaramente una seria ricerca intellettuale.

Si tratta della prima mostra in Italia, dal dopoguerra, capace di focalizzare l’attenzione sull'arte contemporanea di una sola nazione, sulla sua eredità e sui riflessi su scala europea, nell’istante del superamento del concetto stesso di nazione sviluppato tra la fine del diciottesimo e l'inizio del diciannovesimo secolo.

Partendo da ciò che è già noto, si vuole indagare l'identità di opere realizzate da artisti nati, cresciuti o residenti in Austria, che hanno apportato un contributo originale d'idee alla causa dell'arte e, di riflesso, alla vita di ognuno di noi, attuali cittadini europei, spettatori e suoi interpreti.

La mostra non impone un movimento, non circoscrive alcun gruppo, ma sottolinea l'individualità delineando differenti prospettive quali visioni frammentate e, attraverso le scelte operate dai tre curatori in stretta collaborazione con gli artisti stessi, riflette sulle attuali ricerche sviluppate nel cuore dell’Europa, indicando traiettorie personali inedite.

Il percorso comprende, inoltre, due particolari selezioni: la prima di opere fotografiche di significativi autori austriaci dall’inizio del ventesimo secolo a oggi; la seconda “Artisti emergenti” con opere prodotte da una generazione nata fra gli anni Sessanta e i Settanta e si conclude con una speciale sezione dedicata alla recente produzione video austriaca, a cura di Renée Stieger.

Un insieme davvero particolare, ed è per questo che, dopo l’incontro con gli artisti presenti all’inaugurazione, ho sentito il desiderio di ripercorrerlo in solitudine per cogliere reazioni e sensazioni scaturite, a esempio, dal crocifisso all’ingresso o come la scelta potenziale dell’ultima sala.
Quindi, per non operare alcun condizionamento, di seguito, riporto alcuni dati estratti dalle biografie ufficiali per permettervi un approfondimento prima della visita (fino al prossimo 28 maggio, apertura da mercoledì a domenica con orario 10-18.30).

Valie Export (Linz, 1940)
Inizialmente collegata alle ricerche dell'Azionismo viennese, la sua opera si propone come una radicale critica della società, proposta attraverso azioni fotografate, sperimentazioni di Expanded Cinema, fotografie concettuali, film, video e videoinstallazioni. Alla fine degli anni Sessanta l'artista utilizza una popolare marca di sigarette del suo paese (Smart Export) per imporre la propria personale autorappresentazione ribaltando la tradizionale concezione della donna come oggetto in quella autoimposta di marchio originale, indipendente (Valie Export). Negli ultimi anni ha rivolto la propria attenzione ai nuovi media, investigando la manipolazione e la generazione d'immagini attraverso l'uso della fotografia digitale.

Flatz (Dornbirn, 1952)
Autore di performance radicali, ha esordito negli anni Settanta sul solco scavato dagli Azionisti viennesi. I suoi progetti (azioni, sculture, fotografie o pubblicazioni) raggiungono gli onori della cronaca, scatenando proteste e suscitando accesi dibattiti fra oppositori e sostenitori. Fra i temi prevalenti nella sua opera, l'amore e l'odio, la passione e la violenza costituiscono dicotomie inconciliabili ma inscindibili, nell'arte come nella vita. La violenza e l'aggressione - secondo quanto ha dichiarato l'artista - sono elementi dell'evoluzione, sono istinti vitali naturali e qualità che si trovano in ogni essere umano. (...) La violenza è anche un'espressione di potere o un segno d'impotenza. Finché ci sarà la gente, ci sarà violenza e dovremo imparare a vivere con essa e a stare insieme ad essa.

Gerwald Rockenschaub (Linz, 1952)
Fin dagli esordi evidenzia un'originale tendenza a relazionare le proprie opere agli spazi in cui sono inseriti, a connetterli al supporto rappresentato dall'architettura che li contiene. Dalla fine degli anni Ottanta, spingendo il lavoro in direzione marcatamente ambientale, Rockenschaub ha ridotto le proprie opere a pochi elementi e strutture essenziali: moduli che si moltiplicano e danno vita a forme geometriche regolari; limiti esterni demarcati e limiti interni ben definiti; punti d'appoggio accentuati; trasparire delle pareti sottostanti e riflettersi degli spazi circostanti. Per Rockenschaub, come ha sottolineato Harald Fricke, le opere occupano di fatto una posizione di mezzo, fungono da cerniera nel luogo in cui l'arte e la vita si dividono e si incontrano.

Lois & Franziska Weinberger (Stams, 1947 e Innsbruck, 1953)
Sviluppano da alcuni anni, insieme, il tema del giardinaggio come metafora dell'indole a pensare, progettare e controllare l'ambiente esterno, o più in generale della stessa condizione umana, nel tentativo di riconciliare la frattura fra natura e cultura (conseguenza della perdita di un'armonia originaria). La loro opera assume un evidente carattere d’incidentalità, di provvisorietà, riflesso del costante progredire delle loro ricerche e analisi, logico adattamento alle forme non strutturate tipiche dei processi di crescita. Immagini e testi, oggetti e progetti, interventi espositivi e ambientali, si dispongono ad occupare l'intero spazio simulando sia le dinamiche di espansione, proliferazione, colonizzazione del mondo vegetale sia i processi di esplorazione mentale, visiva e creativa dei due artisti.

Erwin Wurm (Bruck, 1954)
Conduce da oltre vent'anni un'originale riflessione sul concetto di scultura, esteso agli oggetti della vita quotidiana e mescolato o confuso agli altri mezzi impiegati nella sua ricerca artistica: disegno, scrittura, performance, fotografia, video. Dagli anni Novanta si stacca dall'aspetto formale e dalla solidità materiale dell'oggetto scultoreo per concentrarsi sui parametri linguistici che lo definiscono e sui processi attivati con i visitatori. Ai concetti tradizionali di peso, gravità, staticità, stabilità, equilibrio, durata, l'artista sostituisce quelli trasgressivi di espansione, sospensione, dinamicità, instabilità, spontaneità, brevità. L'utilizzo del corpo umano da parte di Wurm, come elemento base della scultura, essenza di spazio occupato da una massa, dà vita ad azioni performative di sapore grottesco trasformate in scatti fotografici nel momento esatto in cui avvengono (One minute sculptures) e a modelli antropomorfi di automobili e case obese.

(pubblicato Terra di Toscana febbraio 2006 e riportato sul blog in data odierna)

 

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