Museo Pietro Annigoni a Villa Bardini
di // pubblicato il 15 Novembre, 2008
Lo scorso anno, l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, perfezionata l'acquisizione delle opere possedute dai figli Benedetto e Ricciarda, ha creato un nucelo di seimila pezzi divenuto il maggiore fondo esistente di Pietro Annigoni (oltre a quello della vedova del Maestro).
La collezione è formata da 4286 disegni, 679 litografie, 823 incisioni, 228 fra medaglie, sculture e calchi e 92 dipinti oltre a oggetti dello Studio come cavalletti, scatole di colori, la sedia a dondolo usata per dipingere e il famoso manichino modello "metafisico".
Con questo patrimonio si inaugura oggi a Villa Bardini il nuovissimo allestimento museale che resterà permanente circa due anni in quanto è già prevista la turnazione con altre opere oltre a eventi temporanei di cui il primo avrà per tema "Annigoni e il Seicento".

L'allestimento è diviso in quattro sezioni.
La prima Gli autoritratti, i ritratti, le solitudini permette di entrare immediatamente in contatto con il mondo di Annigoni, con tutta la sua storia, i suoi silenzi, le sue affezioni.
L'immagine di colui che, fin da ragazzo, si firmava con l’appellativo “Canonicus” datogli dai compagni di liceo per quell'aria meditativa (appellativo seguito da tre croci a simboleggiare il calvario dell’artista) appare attraverso la presenza espressiva datata dagli anni Trenta (fino agli anni Ottanta) e, in tale clima di fervida intellettualità, egli definisce i propri interessi.
Annigoni orienta il gusto, mostrandosi precocemente in grado di partecipare al dibattito sull’arte pur rimanendo estraneo a movimenti e correnti e divenendo personaggio fuori dai canoni. Una grande coerenza figurativa mentre la "moda" andava da tutt'altra parte.
Nella seconda sezione Vedute e volti si percepisce la malinconia che unisce queste ‘allegorie esistenziali’ agli scarni, e al tempo stesso densissimi, paesaggi realizzati dal Maestro durante alcuni dei suoi molti viaggi, in Canada nel 1957 e in Sud Africa nel 1966 dove, lande desolate, contrade brulle nelle tonalità delle terre, profili di colline contro cieli aranciati, burrascose visioni oceaniche si susseguono come i fotogrammi di una visione interiore, ma sono solo all’apparenza frutto d’impressioni casuali.
Opere tecnicamente sofisticate dove la porosità della carta è preparata come intonaco per sovrapporvi pennellate di colore denso e magro, con velature e graffi per ottenere la profondità dello spazio.
Stessa profondità tratta dalla pietra litografica e dall’inchiostro nero nelle Impressioni veneziane (1969), vedute anch’esse deserte, ma anche reali e astratte, luoghi dello spirito e del sentimento che sollecitano alla memoria certe inquadrature della città lagunare dell’attività tarda di Vincenzo Cabianca.
Come nei film contemporanei di Michelangiolo Antonioni, l’espressione di bellezza giovane e spigliata in volti eseguiti in litografia dove appaiono le donne simbolo degli anni Settanta, quelle dell’emancipazione femminile, la cui forza ribelle l’artista sapientemente domina attraverso un controllo sicuro della forma, talvolta solida e tornita, talvolta ammorbidita di sfumati leonardeschi.

La terza sezione Appunti 'dal vero' dimostra come Annigoni, che da sempre svolge questa sua personale ricerca, abbia radicato proprio nella formazione fiorentina la tradizione macchiaiola.
Anche lui, come i protagonisti di quel mondo trascorso, amava dipingere nei luoghi cari o dove casualmente si trovava in giro per il mondo, esercizio che lo accompagnò fino agli ultimi giorni e ci rivela spontaneità meno nota, ma forse anche per questo più intrigante, consapevole dell'insegnamento di uno dei fondatori della "Macchia", Nino Costa, che alla base di ogni meditata impresa artistica non può esserci che l’emozione del contatto diretto con la Natura.
Preparatevi alla sorpresa dell'ultima sezione La natura e il suo mistero con opere del suo lungo percorso.
Quelle eseguite fra il 1928 e il 1935 quando era attento al manierismo italiano e del nord Europa e la meditazione su una cultura i cui contenuti e le forme sono profondamente alternative a quelle ufficiali, rispecchiano il suo travaglio interiore e la sua estraneità ai giochi di potere.
Da queste alle eccellenze della maturità, come Cinciarda (1945), Vecchio giardino (1947), Eremita che chiama (1949), per finire con La tempesta (1971).
Una testimonianza di come Annigoni, pur con il mutare storico, resti coerente e dove il Vero assume il fondamento per ogni forma artistica.
Per gentile prestito della signora Rossella Segreto di Solitudine I il Museo ha potuto ricomporre, seppur temporaneamente, il celebre trittico, motivo in più per venire a Firenze a scoprire questa nuova realtà culturale.

orario invernale da mercoledì a venerdì 10-16
sabato e domenica 10-18; lunedì chiuso