Mario Schifano 1934-1998

di Marica Guccini // pubblicato il 07 Agosto, 2008

L’arte italiana degli ultimi decenni può sicuramente vantare alcuni celebri artisti. Mario Schifano, poliedrico e instancabilmente attivo dalla fine degli anni Cinquanta alla morte sopraggiunta nel ‘98, rappresentò e rappresenta tuttora uno degli artisti di spicco che l’arte italiana poté vantare anche in campo internazionale.
La sua personalità, particolare e traboccante, lo portò presto a crearsi quel mito di sé stesso che ancora ne accompagna il ricordo. Geniale, innovatore, precursore, artista maledetto… furono vari gli epiteti che, di tanto in tanto, gli vennero attribuiti nel tentativo di definire quella sua personalità misteriosa che tutti affascinava e affascina, generata sicuramente anche da quel suo voler poco parlar di sé, lasciando questo compito alla sua pittura. Le fonti che lo suggestionarono furono le più disparate e, sebbene osannato da molti come l’erede italiano di Andy Warhol, da sempre preferì non farsi inquadrare in nessuna corrente artistica.
Probabilmente lo stesso comportamento sarebbe auspicabile per chiunque volesse veramente rendere merito alla sua genialità, resistendo a quell’accattivante faciloneria che vuole rinchiudere il patrimonio creativo di una personalità cosi traboccante all’interno di alcuni schemi fissi che la priverebbero della giusta grandezza.

Fino al 28 settembre 2008 la mostra allestita presso la GNAM di Roma (Galleria nazionale di arte moderna) vuole “rende omaggio a uno degli artisti più complessi e importanti del secondo dopoguerra italiano con l'intento di offrire una visione d'insieme della sua opera in quattro decenni di attività”.

Curata da Achille Bonito Oliva, l’amico di una vita che non esita nel descrivere Schifano con “una confessione che è un ossimoro: Mario Schifano è stato il mio nemico più intimo”, la mostra “Mario Schifano 1934-1998” in collaborazione con l’Archivio Mario Schifano, ha il merito di raccogliere per la prima volta nella ricorrenza del decennio trascorso dalla morte, centotrenta opere tra disegni e dipinti, perlopiù provenienti da collezioni private, molte delle quali sconosciute al grande pubblico.

Le opere esposte in ordine cronologico e suddivise per decenni di esecuzione, mostrano quanto in quarant’anni di lavoro arte e vita furono sempre ineluttabilmente legate a doppio nodo da un filo potente.
“Un occhio all’arte e due alla vita”,così Bonito Oliva racchiude in un’immagine la personalità di Schifano.
Artista emblema dell’arte italiana del secondo Novecento, la sua parabola creativa coincise con un momento di grosso cambiamento della società che, nel pieno del suo boom economico, si stava trasformando da una società principalmente contadina a una industriale. Gli sguardi che cercavano spunti creativi non si rivolgevano più verso Parigi, bensì verso New York.

Schifano, folle sperimentatore di tecniche e linguaggi creativi, fu tra i primi ad avvalersi dell’immagine computerizzata o telematica. La sua prolificità e l’apparente semplicità tecnica del suo operato hanno fatto si che egli divenisse da subito uno degli artisti più contraffatti, tanto che un gran numero di falsi inondarono il mercato, soprattutto dopo la sua scomparsa avvenuta il 26 gennaio 1998.

Nato in Libia nel lontano 1934 Schifano portò sempre con sé quest’apertura cosmopolita verso il mondo e verso la sua terra d’origine.
Studente svogliato ma attento osservatore del suo contesto, una volta cacciato da scuola fu preso dal padre a lavorare con sé presso il Museo etrusco di Valle Giulia dove fu dedito a semplici compiti di pulitura e, come lui stesso afferma “..era un lavoro d’un tedio mortale, ma fu da quelle esperienze che nacque in me l’idea di dipingere, se si può usare questo verbo nel mio caso. Facevo dei quadri con la terra o dei quadri di cemento con l’acciaio. La voga del momento era quella dell’informale. O si andava nelle gallerie a vedere i quadri informali, o si andava nelle strade a vedere i cartelloni pubblicitari. Io scelsi di andare nelle strade. Pensavo che dipingere significasse fare qualcosa di assolutamente primario, al di fuori di ogni scuola e di ogni tradizione. Riprendevo le insegne della Coca Cola, gli ovali della Esso, facevo dei quadri col blu, col rosso, col giallo, ossia dei quadri monocromi, rifacevo i tracciati stradali, le linee bianche sull’asfalto”.
La miccia creativa era ormai innescata, il flusso dell’arte era pronto a esplodere. E così fu.

L’esordio artistico si ebbe nel 1959 quando espose in una collettiva a Roma, non aveva ancora venticinque anni ma era già dotato di una propria fisionomia e identità. Ben presto, in questi primi anni, si dedicò alla realizzazione dei grandi monocromi nei quali l’appiattimento della superficie, tipico di varie ricerche artistiche del periodo, era spiegato in virtù di quel “pensavo che dipingere significasse fare qualcosa di assolutamente primario..facevo dei quadri col blu, col rosso, col giallo”. Tali opere scaturivano infatti dall’uso di solo uno o due colori che trovavano casa su una carta d’imballaggio applicata su tela. Era così, semplicemente pittura, significante senza significato.
In seguito questa sorta di “tabula rasa” veniva riempendosi di lettere o numeri isolati sulla tela, realizzati con una pittura che indugiava sulla sgocciolatura, quasi come se questi fossero dipinti murali, in un ulteriore passo di avvicinamento ai segni della vita moderna.

Nel 1962 Schifano si recò, per la prima volta, a New York per partecipare alla mostra “ The New Realists” che inaugurò quel tentativo di dare una risposta europea alla Pop Art americana. Fu in questa occasione che poté conoscere Andy Warhol e numerosi altri artisti di spicco dello scenario statunitense dai quali attinse preziosi spunti.
Il periodo newyorkese modificò la sua pittura come precisa il critico Sarah Faunce “Mario Schifano.. a New York ha realizzato una serie di quadri che raffigurano la gente che cammina per le strade. Il suo principio operativo sembra essere less is more: la folla emerge da poche linee nere tracciate su un enorme sfondo bianco e vuoto.. Le forme ricordano quelle del primo cliché di una stampa a colori, dove il realismo è implicito, ma contraddetto dalla definizione frammentaria. Non solo le scritte sono realizzate con uno stencil, ma anche le immagini danno l’impressione di essere state eseguite con la stessa tecnica”.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati da un’enorme attività che straripò in numerose mostre in Italia, ma anche a Parigi e a New York. Il suo lavoro, che all’epoca stava destando sempre un maggior interesse, lo portò, nella seconda metà degli anni Sessanta, a essere acclamato come un talento nuovo e del tutto originale. Contemporaneamente la sua vita vissuta senza riserve, fatta anche di droghe e alcool, rischiò d’inghiottirlo e non gli evitò il carcere ma, Schifano, riuscì a trovare in seguito la forza per riprendersi e per rigenerare quel suo talento artistico mai esausto.

Gli anni Settanta furono gli anni della grande multimedialità che entrò prepotentemente nella sua arte e inaugurò così la prassi di riportare immagini televisive direttamente su tela emulsionata, isolandole e proponendole con tocchi di colore al nitro in funzione estraniante. Un viaggio a New York, come sopralluogo per cercare la location di un film mai girato, gli fece scoprire il flusso delle immagini che scorrono inesauribili, “Schifano aveva compreso l’importanza dell’immagine di massa, l’aveva fatta propria attraverso la sua pittura di tutti gli anni sessanta, ma ora l’immagine è diventata troppa, sta strabordando, la pittura non le tiene più dietro, per quanto veloci si sia, per quanto voraci. ..il flusso di immagini sostituisce la realtà”. Pur non portando a termine il progetto, il patrimonio d’immagini che raccolse gli fu comunque utile per elaborare molte opere nelle quali il reale è sempre sostituito dal suo doppio, sia esso cinematografico come in questo caso, oppure televisivo. La televisione fu per lui una “musa ausiliaria” in grado di porgergli il mondo su un piatto d’argento, direttamente entro le pareti del suo atelier.

Tutta la sua pittura appare filtrata attraverso uno schermo ma, mentre prima il filtro era culturale, ora il filtro è costituito dal mezzo televisivo. Le immagini, poste in una cornice nera, proprio come entro uno schermo, sono caratterizzate dalla stessa scarsa nitidezza di quelle del tubo catodico. Di questa realtà nulla è nascosto, ma per renderla comprensibile c’è spesso la necessità di una didascalia che vada ad accompagnare la sua veloce pittura, caratterizzata da un colore che, steso con rapidità e immediatezza, non esita nuovamente a gocciolare lasciando rappresentative sbrodolature di superficie.
Sul finire degli anni Settanta Schifano, anticipatore d’indole, seppe proporre alcuni tratti che diventarono fondamentali del panorama artistico del decennio successivo: il ritorno all’immagine, al colore, la commistione tra astratto e figurativo.

Gli anni Ottanta sconvolsero ulteriormente il suo stile. I colori, ora densi e caldi, erano rivelati da pennellate corpose ben distanti dalle più evanescenti sbrodolature degli anni precedenti. La pittura rimase quella consueta e veloce che non abbandonò mai il senso del movimento. I grandi cicli artistici protagonisti di questo decennio furono quelli sui ballerini, le biciclette, le ninfee, il ritorno alle proprie origini e temi riguardanti la fertilità.

Del resto proprio nel 1985 si verificò l’evento che gli cambiò la vita, la nascita del figlio avuto con la moglie Monica De Bei. Nelle opere di quegli anni c’era quel ritorno al coinvolgimento dello spettatore che era tipico dei primi monocromi degli anni Sessanta, schermi vuoti entro i quali chi guardava poteva rispecchiarsi.
Diverso era l’uso dell’immagine televisiva degli anni Settanta che puntava invece sullo straniamento.
Spesso caratterizzate dalle grandi dimensioni, queste nuove tele ritrovano lo spazio dei ricordi che prima, nella tensione del raccontare il nuovo, non si era raggiunto. Schifano negli anni Ottanta non dipinge altro che la sua rinata joie de vivre.

Ed eccoci infine agli anni Novanta, decennio che riportò la fotografia nell’opera di Schifano. Tantissime “foto ritoccate” andarono a prendere il posto del disegno, appunti fotografici presi con grande rapidità, per quella che si sarebbe trasformata in una rielaborazione complessa.

Palese è la grande apertura verso la cronaca, inserti di scrittura araba comparirono in alcune tele, sintomo di una diffusione massmediatica ormai satellitare. La politica divenne in qualche modo sempre più ingombrante all’interno della sua opera, come è evidente nelle tele che raffigurano carte geografiche in continuo mutamento i cui confini sono flessi in base al movimento politico mondiale; o cardinali effigiati senza volto, con i colori e la frontalità ieratica tipici di un loro status di antica derivazione. I quadri si arricchirono, la sperimentazione continuò e la tela si aprì al tridimensionale con l’inserimento di alcuni elementi desunti dal mondo reale.
E infine l’ultima opera in mostra, un televisore spento: la vita si spegne, fine delle trasmissioni.

L'ultima sezione della mostra comprende disegni e opere grafiche dove, per la prima volta, è esposta la cartella grafica realizzata con il poeta Frank O'Hara e le polaroid, che altro non sono se non istanti di vita che spesso Schifano tradusse poi in opere su tela.

Termina qui la vita di Mario Schifano “inviato speciale nella realtà, tra rumore alterno delle cose e suoni rapidi della pittura”.


Didascalie immagini:
- Copertina catalogo edito da Electa
- Incidente D662 1963 (smalto su carta intelata cm 160x120) GNAM, Galleria nazionale d’arte moderna, Roma
- Murale (iniziale) grande n.1 a Franz Kline 1962 (smalto su carta intelata cm 230x150) collezione privata
- Grande particolare di paesaggio italiano 1963 (smalto su carta intelata cm 200x298,5) GNAM, Roma
- Fiori maschili, fiori femminili 1984 (smalto e acrilico su tela,cornice dipinta cm 200x450)
  collezione Chiara e Francesco Carraro,Venezia
- Il bambino pittore 1985 (smalto e acrilico su tela cm 160xn220)
  Comune di Ponte di Piave Casa di cultura Goffredo Parise
- Senza titolo - Fibre ottiche - 1997 (smalto e acrilico su tela pvc preparata al computer cm 200x150) collezione privata


 

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