Ludus in fabula. I giochi dei bambini dell’antichità.

di Ellegi // pubblicato il 08 Febbraio, 2008

Terracotta per sonagli dalle forme curiose, per salvadanai, per fischietti a forma di uccellino. Pasta di vetro blu per pedine da gioco. Oro per la bulla, il ciondolo-amuleto. Legno per il carretto. Osso, pomice e avorio per i dadi da gioco e ancora avorio per le gambe di una bambola di più di duemila anni fa. I giochi di bambini etruschi, greci e romani, ci mostrano dalle vetrine del Museo Archeologico di Firenze quanto sia ancora affascinate intraprendere un viaggio attraverso le immagini dell’infanzia dell’antichità.

Il viaggio è reso possibile grazie all’opportunità di visitare fino a giugno una insolita e divertente mostra, che consigliamo di vedere in compagnia di figli e nipoti, anche dei più piccoli. “Ludus in fabula. Giochi e immagini dell’infanzia nell’antichità” è allestita nella grande Sala del Nicchio al Museo Archeologico, con ingresso libero da piazza SS. Annunziata 9.

La mostra è la prima esposizione che segna l’inizio di un’ importante collaborazione tra due storici Istituti fiorentini. Uno è l’Istituto degli Innocenti che si occupa di infanzia dal 1419, quando per la prima volta nella storia Filippo Brunelleschi realizzò uno Spedale con una funzione esclusiva: quella di accoglienza e assistenza solamente di bambini. L’altro il Museo Archeologico ospita migliaia di reperti etruschi, greci, romani e le magnifiche collezioni che già la famiglia Medici avevano iniziato a raccogliere.

Vicini nello spazio di una delle più belle piazze della città, quella della SS. Annunziata, hanno trovato una nuova vicinanza anche in progetti comuni. “Il Museo Archeologico e l’Istituto degli Innocenti da ora in poi daranno seguito ad eventi, mostre, laboratori dedicati ai ragazzi grazie protocollo di intesa, siglato di recente “, come hanno ricordato con entusiasmo la direttrice del Museo e curatrice della mostra, Carlotta Cianferoni, e Alessandra Maggi presidente dell’Istituto degli Innocenti, che già stanno pensando a nuovi allestimenti e progetti.

La pratica del gioco infantile e alcune regole dei giochi degli adulti si possono leggere in molti testi, poesie e citazioni di autori antichi che sono riportati sulle mura della sala. Già Platone ci assicura che “L’indole dell’anima dei bambini di tre e di quelli di quattro,di cinque e di sei anni, ha bisogno di divertimenti.” E grazie ai facili cartelli colorati, anche il visitatore meno esperto si diverte a scoprire tutti i segreti degli oggetti esposti.

Si parte dall’origine di tutto. La maternità e la figura della madre. Statuette in terracotta, pietra e bronzo di dee e donne con il pancione dell’attesa, mamme con i piccoli in braccio oppure immagini di bambini. Vengono dai santuari dell’antichità, sono ex voto per ringraziare la divinità dell’arrivo di un figlio, per propiziare e tutelare il parto, per vegliare sulla salute dei piccoli. La più antica viene da Cipro, una madre con bambino del V secolo a.C.

Dalle collezioni medicee del museo arrivano, alcuni esposti per la prima volta, molti e raffinati bronzetti. Figure di bambini e piccole divinità. Alcuni sono riproduzioni di originali ellenistici o di statue di dimensioni maggiori, altri di età romana. Altri testimoniano di culti domestici per assicurarsi la protezione delle varie divinità e garantirsi fortuna e ricchezza.

Commoventi i materiali recuperati dalla sepolture infantili. Una fonte molto importante per gli archeologi, perchè i giocattoli non lasciavano i bambini neanche nella triste occasione di una morte prematura. E’ impossibile non intenerirsi davanti ai piccoli vasi con beccucci fini e allungati, forse vasi-poppatori, i biberon dell’antichità, mentre sul fondo del kylix, la coppa in ceramica nera a figure rosse che proviene da Chiusi, un giovane gioca con lo jo-jo.

E ancora piccoli sonagli in terracotta, il più curioso ha la forma di un gatto. Un fischietto a forma di uccellino. Una bambola con le gambe snodabili. Ne è rimasta solo una in avorio che arriva dal museo di Chiusi. Un carretto e un piccolo vaso del V secolo a.C., il chous, utilizzato per contenere la prima razione di vino della vita. Erano regalati ai bambini durante le Anthesterie, feste dedicate a Dionisio. Si presentavano alla comunità dei bambini che avevano compiuto 3 anni.


Un altro segno dell’infanzia era la bulla d’oro che pendeva al collo di un bambino, sicuramente figlio di un personaggio di rilievo. La bulla formata da due semisfere, all’interno poteva contenere un amuleto. Nelle condizioni sociali inferiori se ne portavano di metallo o di pelle. I giovani romani nati di liberi, la deponevano insieme alla toga dell’infanzia, dedicandola alle divinità protettici della famiglia, all’arrivo della maggiore età, in occasione di una solenne cerimonia.

I giochi erano dedicati alla divinità al momento del passaggio all’età adulta che nel mondo romano avveniva intorno ai 14-17 anni. Un salvadanaio in coccio con un nome stampato sopra è assolutamente identico a quelli usati ancora oggi. Mentre giocano ancora a cavalluccio, ephedrismos, le due giovinette ritratte nella terracotta di età ellenistica giunta al Museo da una donazione.

Non si giocava solo da piccoli giochi. Anche il mondo degli adulti amava il gioco. Con la palla si potevano farne molti tipi, non solo per bambini. Niente da invidiare a quelli dei nostri giorni. Una palla piccola e dura piena di la lana o di stoppa, l’harpastum, dava il nome anche al gioco che seguiva regole simili a quelle del moderno football. Un campo in terra, due squadre, l’harpastum da portare all’estremità del campo avversario. Una partita di oggi.

A Roma dove i campi non erano di terra battuta, si giocava dentro vere e proprie nuvole di polvere, talmente tante che i Romani ribattezzarono il gioco pulverulentus. Una palla leggera, piena di piume, la paganica, veniva invece usata per giochi più tranquilli accompagnati da canti e danze. Probabilmente è proprio quelli di cui scrive Omero nell’Odissea quando ci racconta di Nausica e delle sue compagne .“Quando le ancelle e lei stessa si furono ristorate di cibo, gettati via i veli dal capo,giocarono a palla”. E in fine il follis la palla riempita di aria per giochi singoli o di squadra.

Se da piccoli si giocava con noci e astragali, ossicini di animali, da grandi si sfidava la sorte giocando d’azzardo con i dadi e fritilli, i bussolotti in terracotta per mescolare i dadi. Il “colpo di Venere” con quatto 6 era il più invocato. Il “colpo di cane”quello con quattro 1 il più sfortunato.
I giochi con le pedine erano molto diffusi, su filetti disegnati o su scacchiere. Ne sono testimoni autori famosi come Ovidio o Varrone. Semplici sassi lavorati o “pasticche” di vetro blu, alcune delle pedine esposte vengono dagli scavi dei relitti delle navi romane di Pisa.

Il viaggio nel mondo dei giochi termina con l’incanto di un particolare. Quello di una coppa attica, una kylix che ci tramanda l’origine mitica del gioco dei dadi, con Aiace e Achille ancora assorti in una partita iniziata nel VI secolo a.C.

Museo Archeologico Nazionale di Firenze Piazza della SS.Annunziata, 9 Ingresso libero dal 3 febbraio a giugno 2008 Orario: lunedì 14.00-19.00, martedì e giovedì 8.30-19.00, da mercoledì a domenica 8.30-14.00 (info. tel. 05523575). Per bambini e ragazzi dai 3 agli 11 anni Laboratori ludico creativi della Bottega dei ragazzi Informazioni e prenotazioni: tel. 0552478386

 

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