Lo scrigno dei Gonzaga
di - pubblicato il 18 Ottobre, 2008 in Mostre
E’ bello tornare a Mantova: la luce bianca, la nebbia sottile che evapora dai laghi, la cordialità della gente, il loro sorriso. Non faccio fatica ad immaginarmela nel Rinascimento, saranno le montagne di saggi sul Mantegna che mi son passati tra le mani o le appassionate pagine della Bellonci sui Gonzaga, ma è come se, scesa dalla macchina, tutto il trambusto e la confusione della vita moderna scomparissero. Di fronte a Palazzo Te, il capolavoro di Giulio Romano, si smorza qualsiasi idea e ci si sente rapiti, come al cospetto di un gigante disteso, dormiente nella nebbia. Che meraviglia! 
Sorge il sole, mi innamoro di tutto ma son di fretta perché al di la di quelle pareti si sta per aprire uno scrigno e io con avida curiosità femminile non so resistere. E’ la bellissima mostra del Cammeo Gonzaga, unico per dimensioni e raffinatezza che ritorna in Italia, e a Mantova dopo quattrocento anni a far mostra di se, dal Museo dell’ Ermitage di San Pietroburgo. Una mostra che fa impazzire le signore e incuriosisce gli uomini, fatta di capolavori della glittica e di arredi preziosi, di gioielli antichi e antichissimi e arredi sacri, tutti di inestimabile valore. 
Allo sfavillare di cotanta meraviglia i miei occhi di gazza luccicano, e mi risuona nelle orecchie il grido di battaglia di Isabella d’Este “nec spe, nec metu”. “Senza sperare nulla e senza temere nulla”. Grido di una battaglia giocata sulle relazioni tra signori del tempo, tra umanisti, letterati e pittori, una battaglia di sotterfugi, amabili richieste e istanze perseveranti. Voce di colei che non sapeva accettare il no di Leonardo e che continuava ad insistere perché ricambiasse la sua ospitalità dopo la fuga per la caduta di Milano con un ritratto, che mai fu concluso.
Senza speranza e senza timore quella donna aveva saputo gestire con straordinarie capacità imprenditoriali anche l’acquisizione di vasi preziosi provenienti dallo smembramento della favolosa collezione di Lorenzo Il Magnifico; aveva trattato con tutti grandi pittori del tempo, e aveva tenuto tra le mani il prezioso Cammeo inciso su sardonica d’Arabia e risalente con approssimazione al terzo secolo dopo Cristo.
Oltre che dalle straordinarie dimensioni, il cammeo si contraddistingue per una magistrale esecuzione e per l’elaborazione di un sistema decorativo che tiene presente le sfumature della pietra per dar risalto ai dettagli. I ritratti sono stati identificati nella coppia imperiale di Tolomeo II e Arsinoe divinizzati, secondo tradizione comune in età ellenistica, nel momento delle nozze sacre.
A dispiegarsi nelle sale dalla bella scenografia curata da Mandara, una mostra di preziosi e ritratti dei collezionisti che li hanno posseduti. 
Tra gli altri in apertura di mostra il ritratto Elisabetta Gonzaga, figlia del marchese Federico II di Mantova, sposa di Guidobaldo da Montefeltro, ritratta da Raffaello secondo i dettami della moda del tempo con la cosiddetta “lenza” che le cinge i capelli e con un curioso scorpione, ritrovato ed esposto. 
Passando tra i cammei dipinti di Rubens, il ritratto di Vincenzo I Gonzaga, di Rodolfo II di Praga, di Cristina di Svezia, di Decio Azzolino, di Napoleone e Giuseppina, per un arco di storia delle collezioni che copre tre secoli, la mostra si chiude lasciando addosso a chi l’ha percorsa l’emozione del testimone oculare che vede con orgoglio ritornare a Mantova “l’illuminato e raffinato patrimonio artistico dei Gonzaga”1
1.Antonella Casazza, Direttrice Museo degli Argenti di Firenze, curatrice della mostra.
Didascalie immagini in ordine di pubblicazione:
Cammeo Gonzaga: ritratto della coppia Tolomeo II Filadelfo e Arsinoe II, Alessandria, III secolo a.C.San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage
Raffaello, Ritratto di Elisabetta Gonzaga (1500-1506) Firenze, Galleria degli Uffizi
Scuola di Leonardo da Vinci, Ritratto di Isabella d’Este, Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi
Manifattura di Salisburgo Mesciroba a forma di animale marino, Firenze Museo degli Argenti
Manifattura fiamminga (?), Monile a forma di libellula, Fine del XVI secolo, oro fuso cesellato e parzialmente smaltato; argento, perla scaramazza, nove diamanti, undici rubini. Firenze, Palazzo Pitti, Museo degli Argenti