L’uomo del Rinascimento: Leon Battista Alberti

di Cinzia Colzi // pubblicato il 17 Febbraio, 2007

L'ascendente di uno dei massimi protagonisti sulla cultura rinascimentale? su quella che sarà l?arte dopo di lui, in una mostra celebrativa, nel sesto centenario della nascita, dell?indiscusso genio di Leon Battista Alberti (Genova 14 febbraio1404 ? Roma aprile1472). Il viaggio alla scoperta di una Firenze da rileggere e dove, senza forzature di significato, nasce un pensiero, si radica e si diffonde: la prospettiva che, oltre a esercitare la ragione, si apre verso la bellezza.
A Palazzo Strozzi, fino al 23 Luglio, un percorso espositivo diviso in sette sezioni (la vita, gli anni fiorentini, la committenza Rucellai, la città di Alberti, il trattato di architettura, la città ideale, la scienza) di colui che le biografie ufficiali definiscono: sommo architetto, letterato prodigioso, teorico dell?arte acutissimo, ma anche urbanista, matematico, pittore, archeologo, fisico, chimico, musicista, l?uomo che, prima di Leonardo, incarnò gli ideali universali dell?Umanesimo e le regole di una nuova estetica capace di forgiare la sensibilità di un?epoca.
Ho sempre ritenuto quelle di Poliziano, nella premessa alla prima edizione del De re aedificatoria (1485), le parole più appropriate per Alberti: ?Nullae quippe hunc hominem latuerunt quamlibet remotae litterae, quamlibet reconditae disciplinae [...] cum tamen interim ita examussim teneret omnia, ut vix pauci singula?. Tutta quella scienza, sia letteraria che scientifica e tecnica, è in lui coerente e interdipendente, e fondamento di una unica visione del mondo, dell?uomo e della natura.

L?esposizione presenta 34 dipinti, 22 disegni, 30 sculture o rilievi, 4 elementi architettonici, 11 gessi, 21 manufatti di arti minori (tessuti, modellini, oreficerie, etc.), 6 medaglie, 20 manoscritti di cui alcuni miniati, 5 lettere, 13 volumi a stampa.
Una delle grandi attrazioni è ?La città ideale? dal Museo Nazionale delle Marche con a fianco, esposto per la prima volta, l?eccezionale disegno scoperto sotto la pittura?grazie alle indagini diagnostiche commissionate dalla Soprintendenza di Urbino che lascia ipotizzare proprio la sua mano.
Sono esposti anche documenti inediti - che a fine mostra resteranno a disposizione degli studiosi per ulteriori quattro mesi - provenienti dagli archivi della famiglia Alberti (smembratasi in vari rami e luoghi, una delle più antiche famiglie d?Europa, tornata a ricomporsi a Firenze nel nome dello ?Zio?) fra cui, per la prima volta, la pergamena, di centimetri 14 per 25, di un albero genealogico, da poco scoperto, con 141 nomi : 125 sembrano appartenere per grafia e colore dell?inchiostro a una prima stesura databile intorno al 1432 e, in un secondo momento, all?incirca intorno al 1435, Alberti avrebbe aggiunto alcuni altri nomi dell?ottava colonna.

Anche chi conosce bene Firenze, può progettare un itinerario e accogliere la segnalazione della mostra che si proietta? all?esterno di Palazzo Strozzi, visitando con occhio nuovo le opere progettate da Alberti architetto e i luoghi ove si avverte il suo suggerimento intellettuale. Partendo da Palazzo Rucellai (la committenza di Giovanni, il nobile mercante che gli dette piena fiducia) verso la facciata di Santa Maria Novella, il tempietto del Santo Sepolcro in San Pancrazio. Inoltre, il Coro circolare della SS. Annunziata e, nel contado, la Pieve di San Martino a Gangalandi di cui Alberti era rettore. Volendo allargare ancora l?itinerario: la Cappella del Crocifisso in San Miniato, il tempietto della SS. Annunziata, il portico della Cappella dei Pazzi e il chiostro grande nel convento di Santa Croce, l?incrostazione marmorea del tamburo della cupola di Santa Maria del Fiore, il chiostro di San Lorenzo.
Della mostra, troverete riscontro su tutti i media, per questo, concedetemi il richiamo ai primi anni della sua vita, che suggerisco di approfondire, quale chiave di accesso essendo, proprio la situazione familiare, a rafforzare, forse per reazione, la sua determinazione innata di distinguersi nelle lettere e in altre attività, volte a illuminare la vita umana e ad arricchire e abbellire il suo ambiente sociale. La vena pessimistica persistente coesiste in lui con una motivazione positiva ancora più forte, senza la quale non avrebbe creato le opere letterarie, scientifiche e architettoniche che lo distinguono come uno dei più grandi ingegni del Quattrocento.
Secondo figlio naturale di Lorenzo (bandito da Firenze con la famiglia per le note vicende) e Bianca Fieschi (già vedova di un Grimaldi), la nascita illegittima e le naturali difficoltà familiari, crearono a Leon Battista e al fratello Carlo (1403), problemi economici e sociali che durarono oltre il 1428, quando gli Alberti furono riammessi in patria (in età avanzata Battista disse di Firenze: ?Raro ci venni e poco ci dimorai?, ma rimase molto legato alla città e ai parenti, i quali, dopo la morte del padre nel 1421 a Padova, non volevano riconoscere i suoi diritti ereditari né favorire le sue ambizioni culturali contrarie ai loro interessi soprattutto commerciali). Questa situazione spiega la sua formazione intellettuale, quasi interregionale, lontano da Firenze, e in parte quella impronta pessimistica evidente in specie, ma non soltanto, nelle prime opere, e l?affinità con gli scritti satirici e amari del greco Luciano, che per primo in Europa Alberti imitò in latino nelle sue Intercoenales e nel Momus.
Si sa pochissimo dei suoi primi studi, svolti prima a Venezia, dove il padre si trasferì per esercitare il commercio, e poi (1415-18) a Padova, ove avrebbe studiato non solo latino, ma anche greco. Da Padova passò a Bologna per conseguire la laurea in diritto canonico, ma durante quel periodo morì Lorenzo con la conseguente interruzione dovuta a ragioni economiche e di salute. Dice lo stesso Alberti, nell?autobiografia, si diede a studiare matematica e fisica come materie che richiedevano minori sforzi della memoria, ma risale, comunque, a quegli anni la base della sua formazione scientifica, senza la quale non sarebbe divenuto figura delle ?due culture?. Anche se tornò agli studi bolognesi, laureandosi in diritto canonico nel 1428,? l?esperienza padovana dovette rimanere sempre con lui e con ciò si può spiegare, fin dagli anni Trenta, l'elemento matematico che sottende le sue opere sulla prospettiva (De pictura), sulla topografia (Descriptio urbis Romae), sull?architettura, e magari tutta la sua visione della vita e del mondo come creazione ordinata da Dio.
La tendenza scientifica non compare nelle prime opere di Battista, che sono tutte letterarie, sebbene vi appaia già il concetto dell'uomo padrone della propria sorte e quella fede nello spirito umano nutrito dalle buone lettere e capace di resistere all'avversa fortuna, che saranno temi costanti dell'Alberti scrittore: una commedia latina, Philodoxeos (1424), uno studio De commodis litterarum atque incommodis (1428-29) nel quale espone le difficoltà (sue e comuni) di chi sceglie, con molta fatica e poco reddito, la vita dello studioso; e le prime Intercoenales (prima del 1430) con molte allusioni alla propria sorte di orfano. Secondo le informazioni della sua autobiografia, scrisse allora anche in volgare prose e versi di argomento amoroso con evidenti riferimenti personali: due dialoghi, Deiphira ed Ecatonfilea, che per il tema e lo stile richiamano le opere minori del Boccaccio (e furono tra le poche opere dell?Alberti stampate nel Quattrocento) ed è notevole questa ripresa delle tradizioni letterarie toscane da parte di chi, allevato fuori della Toscana, dimostri di ben conoscere la lingua. Grazie all?intervento di papa Martino V, il bando agli Alberti fu levato nel 1428, e (a giudicare dalle osservazioni sulla società fiorentina nel citato De commodis) allora Battista tornò seppure brevemente a Firenze.
E? cosa certa la soluzione del problema della carriera affrontato nel De commodis; si fece sacerdote (flamen) e a Roma diventò segretario di Biagio Molin, patriarca di Grado che lo fece nominare abbreviatore apostolico. Così entrò nel gruppo distinto di umanisti al servizio del papa Eugenio IV, che lo assolse dal difetto della illegittimità e lo nominò (1432) al beneficio di San Martino a Gangalandi (Lastra a Signa).

(pubblicato Terra di Toscana marzo 2006 e riportato sul blog in data odierna)

 

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