L’Arno scorre a Firenze…

di Roberto Mariotti // pubblicato il 18 Luglio, 2008

“…i morti non muoiono, non moriranno mai finché un vivo gli darà cinque minuti ancora, prima del silenzio. Gli ultimi cinque minuti…”(Igor Mann)

Il pensiero sale su per via Bolognese, alle porte di Firenze e si ferma al numero civico 67, dove si trova Villa Triste. Non so se il tempo o l’uomo possano cancellare la memoria delle mura, noi certo non sentiamo e non vediamo quello che è stato, eppure tutto questo può vivere ancora, al di là dei sensi, e trovare un luogo finché ricordiamo.

Ma ricordare è sempre più difficile, oggi che molte testimonianze dirette sono andate perdute e che per molti si tratta addirittura di immaginare come certe cose possano essere state, per questo, ancora più apprezzabile è l’opera di chi cerca di ricostruire un frammento della nostra storia.

Sono passati settanta anni dalla pubblicazione del Manifesto della Razza: era il 14 luglio 1938 ed era finalmente giunto il momento per gli italiani di proclamarsi “francamente razzisti”. Nell’autunno dello stesso anno con una serie di decreti legge, … ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza…, lo Stato Italiano promulgava una serie di provvedimenti indicando gli ambiti da cui gli appartenenti alla razza ebraica, finemente identificati dalla norma, erano esclusi: vietato il matrimonio con cittadini italiani di razza ariana, vietata la frequentazione di scuole pubbliche, il possesso di azioni e beni immobili, il servizio nelle amministrazioni statali e parastatali, nelle banche e nelle assicurazioni, vietato il servizio militare.

Docenti e studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Salvemini - Duca D’Aosta”, con il patrocinio della Provincia di Firenze, con laboriosa ricerca d’archivio hanno riportato alla luce l’esperienza di tre insegnanti dell’istituto negli anni correnti fra il 1938 ed il 1943.

Lasciamo tutti tracce significative della nostra vita che le carte possono a distanza di anni raccontare. Sebbene questo non renda il nostro pensiero o l’emozione, pure dice di noi ed aiuta chi le trova, a riflettere.

Nell’anno 1938, l’insegnante di lettere Anna Disegni era dispensata dal servizio per le sue origini israelite, così come Enrica Calabresi costretta già nel 1932 a rinunciare agli incarichi scientifici presso la Specola di Firenze e ad intraprendere l’attività di insegnamento delle scienze naturali.

Anna Disegni, madre della piccola Sissel, era legata alla vita della comunità israelita come il marito Shulim Vogelmann. Saranno detenuti nel carcere di Firenze e poi nel campo di concentramento Villa La Selva di Bagno a Ripoli e solo il marito tornerà grazie all’aiuto dell’industriale tedesco Schindler: uno dei 20 fortunati sugli oltre 600, partiti il 30.1.1944 dal binario 21 della stazione di Milano per Auschwitz - Birkenau. Anna e Sissel moriranno lo stesso giorno di arrivo.

Enrica Calabresi era invece totalmente dedita alla scienza, non era sposata e nella sua visione laica della vita neppure si interessava delle sue origini o di appartenenze religiose, questo fino a che gli eventi non la costrinsero ad occuparsene. Dall’ottobre del 1943 porterà sempre con sé una fiala di veleno e con essa riuscirà ad evitare la deportazione, morendo nel carcere Le Murate della sua Firenze il 20.1.1944 dopo due giorni di sofferenza per una tentata lavanda gastrica.

L’Avv. Enrico Bocci non aveva origine israelita. Persona di ottimo carattere, deferente e disciplinata… un tranquillo borghese appagato nel suo ruolo, insegnava diritto e svolgeva la professione di avvocato, ma si impegnava anche nella silenziosa diffusione di giornali di propaganda antifascista, ospitava ricercati, procurava documenti falsi.

Nel 1938 fu invitato dal Preside del suo Istituto su precise istruzioni superiori a dichiarare la propria confessione religiosa, se cattolica, ebraica o altra, ma a tale invito non risulta esservi stata alcuna risposta. Nel 1942 era quindi ad offrire la propria collaborazione …per divulgare tra il popolo italiano la conoscenza dei nuovi codici. Rispondeva il professor Bocci che per motivi di salute non gli era consentito svolgere detta attività di propaganda. Nel 1943 gli fu affidato l’incarico dal Partito d’Azione di costituire la sezione fiorentina del movimento federalista. Nel 1944 riuscì a ricostituire, dopo il primo tentativo fallito, il servizio CORA del Partito d’Azione, poi nominato CORA Gruppo Bocci: attraverso una radiotrasmittente Bocci e altri riferivano agli Alleati le posizioni delle truppe tedesche sempre facendo attenzione ad evitare trasmissione di notizie su concentramenti di truppe tedesche vicino a centri abitati, ovvero a non indicare obiettivi pericolosi per la popolazione civile. La frase L’Arno scorre a Firenze, che dà il titolo al volume, apriva le trasmissioni.

Un uomo mite che a seguito di una irruzione delle truppe tedesche nella sede del gruppo, la notte del 7 giugno 1944 fu, come era uso, portato nottetempo nel centro di comando posto in Villa Triste. La segretaria dell’Avvocato, una delle ultime ad averlo visto vivo, racconterà di aver visto non un essere umano, ma una figura irriconoscibile, raggomitolata su se stessa, quasi un nano, insanguinata e dolorante. Al Processo Carità il medico Giuseppe Scotti racconterà di essere stato chiamato dai tedeschi a visitare una persona ridotta in condizioni tali da non essere riconoscibile cui avrebbe somministrato un cardiotonico facendo l’iniezione sulla spalla perché non era possibile farla altrove.

Dell’Avv. Bocci non si avranno più notizie né sarà mai ritrovato il corpo.

Di Radio CORA resta oggi un monumento nella Piazza d’Azeglio dove al numero 12 era la sede del gruppo.

Possiamo ancora andare per la nostra città guardando ai luoghi con occhi diversi e cercando in essi alcune delle storie che li hanno attraversati. E' un nostro dovere.

 

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