Joan Mirò: la parola diventa materia

di Amici in Visita // pubblicato il 29 Febbraio, 2008

E' sempre un piacere ospitare Amici che condividono gli ideali associativi e le pagine di "Arte e Arti" sono sempre libere per dare spazio a chi ci offre sensazioni ed emozioni.
Uno specialissimo benvenuto a Daniela Vannini che racconta la sua ultima esperienza con Mirò a Ferrara.
Grazie Daniela, ti aspettiamo presto.

In principio era la parola, il verbo. Anzi, la materia, che il surrealista Joan Mirò plasma costantemente attraverso continue sperimentazioni e come un bravo equilibrista riesce nel caos creativo a stabilire linee, forme, strutture che ben presto si allontanano dal primo realismo per far emergere sempre di più la voce dell’inconscio. Per Mirò “è la materia che comanda tutto” e il pittore “lavora come il poeta: prima viene la parola, poi il pensiero”. Una parola che diventa fra le dita dell’artista catalano ruvida come la terra, fil rouge di tutta la sua arte.

Certo, ci sono voluti quasi tre decenni perché le opere di Mirò toccassero di nuovo il suolo italiano. Addirittura la sua prima mostra in Italia risale al 1963 a Milano. Questa volta ad accogliere i suoi capolavori è il Palazzo dei Diamanti a Ferrara, città del Rinascimento, dove è stata da poco inaugurata una straordinaria rassegna in suo onore che reinterpreta l’intero percorso creativo del pittore - che va dal 1918, data della sua prima personale, fino agli anni ’70 - attraverso il suo legame con la terra.
Terra come simbolo di vita e morte, metamorfosi, culto delle origini, paesaggio rurale, ma anche femminilità e sessualità come istanze primordiali.

La mostra, organizzata da Ferrara Arte e dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid - che rimarrà aperta fino al 25 maggio - celebra il Mirò fauvista e cubista, quello impressionista, surrealista e immaginario, sempre a caccia di tecniche, stili e materiali nuovi. A raccontarlo sono le ottanta opere esposte che vanno dai dipinti ai disegni, dal collage agli assemblaggi, dalle sculture alle litografie che provengono da collezioni di gran pregio sparse in tutto il mondo.

Ad aprire l’antologica emiliana, curata da Tomàs Llorens, è il mondo rurale fermato come in uno scatto fotografico che presuntuosamente vuole cogliere il verosimile delle cose.
Qui, è l’affascinante ed enigmatica figura femminile de La contadina del 1922-23, generosamente concessa in prestito dal Centre Pompidou di Parigi, a dominare la scena, immersa così come’è, in una dimensione domestica dove la cura del dettaglio e il rispetto per la geometria prendono il sopravvento.
L’atmosfera si fa simbolica, onirica, i paesaggi favolosi nella sezione centrale di questo viaggio intorno a Mirò che documenta la contaminazione nell’opera dell’artista con il cubismo e in seguito con il surrealismo di André Breton. Tutto - il sole, le stelle, i fiori, gli animali, gli uomini e le donne - viene trasfigurato in linee morbide e indistinte su fondi monocromi.

Un passaggio, questo, già visibile in Terra arata del Guggenheim Museum, che si evidenzia nel Paesaggio catalano (Il cacciatore) del Museum of Modern Art, due opere fondamentali del 1923-24, entrambe provenienti da New York, fino a raggiungere i più alti risultati nei dipinti che raffigurano il contadino catalano, di cui la mostra offre due versioni entrambe bellissime: quella del Museo Thyssen-Bornemisza Madrid, il cui sfondo blu di Prussia evoca una splendida visione notturna e l’altra altrettanto seducente della National Gallery di Washington, solare e diurna, tratteggiata su un fondo giallo chiaro.

E’, però, la lepre appesa sullo sfondo tagliato in due e saturato dai colori arancio e marrone nel Paesaggio (La lepre) del Guggenheim e Paesaggio con coniglio e fiore del 1927 che arrivano della National Gallery of Australia di Canberra, a sintetizzare il culmine della sua arte surrealista. Entriamo poi nel paese delle meraviglie, precisamente nella sezione dedicata alle Figure plutoniche dove i colori vivaci abbagliano la vista e strane creature ci trasportano in un mondo ‘altro’. E’ un po’ come sprofondare in una dimensione sognante e ovattata che attrare e sorprende.

La costante fascinazione per l’elemento ‘terrestre’ si traduce negli anni Trenta in una ricerca di materiali inconsueti come caseina, pece, sabbia e ghiaia, che si innestano tra loro in assoluta libertà, e che, da ora in avanti, divengono elementi essenziali nelle opere dell’artista, avvicindandosi, così, all'arte americana ed europea.
Pensiamo alle macchie di colore gocciolante con inserti in corda, nella Composizione con corde (1950) del Van Abbemuseum di Eindhoven. Ancora più sorprendente, è la Donna (1946), capolavoro della Fundació Joan Miró di Barcellona, fatta di un osso, una macina in pietra e un filo d’acciaio.


La mostra si chiude con il ritorno alle origini, ai temi della sessualità e femminilità riletti in una luce primordiale, e dunque, al susseguirsi di vita e morte, movimento mirabilmente reso nell’immenso murale su tela, Figure e uccelli nella notte (1974) del Centre Pompidou che conclude il nostro fantastico viaggio. 

Daniela Vannini

 

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