Il ritorno della Pittura Riminese a Palazzo Barberini
di // pubblicato il 07 Maggio, 2008
La Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma promuove una mostra dedicata a “Giovanni Baronzio e la pittura a Rimini nel Trecento” .
La mostra, presente a Palazzo Barberini fino al 15 giugno, perseguendo il programma di ampliamento del museo, è destinata a rappresentare quello che sarà tra la fine del 2008 e gli inizi del 2009 la nuova Galleria di Palazzo Barberini.
Le sale del pianterreno per quelle date saranno pronte ad ospitare le opere più antiche, dal dodicesimo al quindicesimo secolo, ed i materiali poco noti presenti nei depositi del palazzo.
La scelta di incentrare la mostra sulla scuola riminese non è un caso visto che la Galleria Nazionale possiede un importante nucleo di opere dei pittori riminesi della metà del tredicesimo secolo, originali interpreti delle innovazioni di Giotto e che contribuirono essi stessi al rinnovamento e alla trasformazione dell’arte in molte delle regioni italiane e in particolare in Emilia Romagna.
Originali interpreti della modernità, i pittori riminesi si concentrarono su una rappresentazione più sensibile ad indagare sulla natura e sull’uomo, contribuendo ad evolvere la cultura e la percezione del pubblico medievale.
Fiorita in maniera repentina tra il ‘200 e gli inizi del ‘300, la scuola riminese andò scomparendo dopo meno di un secolo incapace di rinnovarsi a confronto con la scuola bolognese e quella veneta.
Artisti come Giuliano, Giovanni, Pietro e Giovanni Baronzio erano inconsapevoli di quello che stavano creando, eppure la scuola riminese è stata uno dei momenti di snodo della storia dell’arte italiana; la mostra tenta ancora una volta di capirne il repentino declino.

Baronzio, pittore narrante, così definito per la sua spiccata capacità di raccontare per immagini gli episodi sacri; un accentuato gusto per la decorazione, evidente non solo nel compiacimento con cui descrive dettagli delle architetture o dei personaggi (vesti, armature, etc.) ma anche nella realizzazione dei fondi oro finemente incisi.
L’influsso di Giotto, che lavorò a Rimini, è evidente nei pittori riminesi della prima generazione, ma in Baronzio questa attenzione sembra essere più ampia e approfondita e riesce a perdurare nelle sue opere.
Furono i francescani a chiamare Giotto a Rimini, e furono sempre loro a commissionare a Baronzio l’opera principale per la chiesa di un convento tra i più significativi per l’Ordine Mendicante, quello di Villa Verucchio, appunto, non lontano dalla città.
L’opera doveva, con la sua imponenza, celebrare i Malatesta, signori del luogo, e sottolineare la permanenza nel convento dello stesso San Francesco.
A proporzionare questa mostra è stata l’opportunità di riunire, dopo il restauro, uno dei massimi capolavori di quella situazione artistica assolutamente straordinaria che fu la Rimini del Trecento: le due parti conosciute del dossale.
Con il suo capolavoro Baronzio descrisse per immagini tutta la storia della Passione di Cristo: tutti i momenti dei racconti evangelici vi erano rappresentati secondo un modello teologico preciso.
Una parte del Dossale,smembrato dopo le soppressioni napoleoniche, è attualmente patrimonio di Palazzo Barberini ed è stata sottoposta ad un complesso intervento di restauro curato dalla Sopraintendenza per il Polo Museale Romano e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini.
Proprio questa ultima ha acquistato nel 2006 sul mercato dell’antiquariato la seconda parte del Dossale, anche essa restaurata.
Non si dispera che proprio grazie a questa mostra, possano emergere dal mercato dell’antiquariato, o individuate in altri musei, le parti mancanti.
A far da cornice e confronto al capolavoro nuovamente riunito saranno esposte opere di non minore importanza.

A partire dal foglio di Corale di Neri da Rimini datato 1300, considerato fondamentale non solo per la storia della pittura riminese ma in generale per l’arte italiana di quel secolo.
L’impronta giottesca è evidente nelle tavole, anch’esse in mostra, di Giovanni da Rimini così come i rapporti con la pittura bolognese sono marcati nelle tre opere qui esposte di Pietro da Rimini.
La stretta vicinanza del Baronzio con il mondo francescano è confermata da due tavole della Pinacoteca Vaticana, opera di particolare interesse, così come davvero notevole è il pannello di dittico del Maestro di Verucchio, raro esempio di opera conservata entro la cornice originale.
A due fratelli, Giovanni e Giuliano da Rimini, si debbono una Croce e un trittico di impronta ancora giottesca.
Opere che si confrontano con un altro magnifico pannello di dossale di Baronzio raffigurante San Giovannino e l’Angelo, concesso dalla Pinacoteca Vaticana.
Da Urbino, in mostra tre superbe tavole di maestri riminesi: testimonianza dell’irraggiamento di questa grande scuola nei territori vicini, che possiamo riscontrare negli affreschi di Pietro da Rimini per il Cappellone di San Nicola da Tolentino.
Croci, dossali , polittici, dunque, sono il materiale di una mostra dossier che intende approfondire la relazione tra le opere degli artisti e il loro originario contesto (storico, geografico, culturale).
Catalogo Silvana Editoriale.