Il fascino dell’Arte Emiliana. Dipinti e disegni dal XVI al XIX
di // pubblicato il 03 Ottobre, 2008
Come ormai consueto, la bolognese Galleria Fondantico apre la sua sedicesima esposizione con una retrospettiva sull'arte emiliana. Le circa quaranta opere, che spaziano dal XVI al XIX secolo, sono accomunate dall'ottimo, oserei dire perfetto, stato conservativo. Primaria attenzione è infatti dedicata dalla proprietaria Tiziana Sassòli e dal suo stuff, alla conservazione delle opere che, continuamente monitorate in ogni parte della loro epidermide, sono mantenute nello stato ottimale per la loro fruizione.
“ Il fascino dell'arte Emiliana” vuole far luce su artisti nativi o attivi nel territorio emiliano, non sempre conosciuti dal grande pubblico odierno, ma che godono di ben diversa stima nel mercato antiquario, in nome di alte doti artistiche e antica fama dei loro autori.
L'ampio spettro cronologico considerato dimostra la tenuta della scuola bolognese esaminandone la versatilità, tipica delle maggiori scuole italiane, in campi eterogenei che spaziano dal sacro al profano, dal paesaggio al quadro di storia, dalla scena di genere alla natura morta.
La nutrita sezione cinquecentesca oltre ad esempi dei padre e figlia Prospero e Lavinia Fontana, mostra due analoghe Sacre Famiglie.
Le opere, due oli su tavola, sono l'una di Bartolomeo Ramenghi detto il Bagnacavallo, e l'altra del veneto Girolamo da Treviso. Questo, dopo un primo apprendistato in terra natia divenne un pittore di grande risalto e molto attivo a Bologna sin dal 1518. Tra i principali esponenti del raffaellismo locale, Girolamo non dimenticò mai morbidezze e le soffusioni atmosferiche, reminiscenze del suo bagaglio genetico veneto. Questo suo carattere stilistico è maggiormente visibile accostandolo all'opera del Bagnacavallo che, pur adottando una composizione speculare, mantiene però forme più salde, come ben si può vedere anche nel paesaggio aperto di scorcio oltre la tenda. Il tema della Sacra Famiglia con (come in questo caso) o senza l’aggiunta di santi, proprio della devozione privata, divenne uno dei capisaldi della produzione del Bagnacavallo dove la tipica posa del Bambino, in posizione allungata e leggermente avvitata di ascendenza leonardesca, è la medesima della tavola in mostra.
Termina la serie la grande “Morte di Adone” di Orazio Sammachini. La tela, dalla sua posizione d'onore, incanta per la cromia sgargiante, alta vetta del manierismo bolognese, coniugata con corpi nei quali le forti muscolature si abbandonano però alle mollezze della carne eburnea di Adone, disteso morente tra le braccia dell'amata Venere, come ci narrano le Metamorfosi ovidiane. Sul fondo a sinistra un gruppo di amorini è intento a colpire il cinghiale colpevole di tale straziante dolore.
Il Seicento bolognese non può certo che essere rappresentato da esponenti della scuola carraccesca quale Antonio Carracci, figlio naturale di Agostino, ma sicuramente non dotato quanto i suoi illustri parenti.
Non potrebbe di certo mancare nemmeno una rappresentanza del grande Guido Reni presente in mostra con una Vergine in preghiera (esposta in galleria già in altre occasioni), madida di poesia e trasporto estatico rinchiuso però nella perfetta e composta soluzione delle forme.
L’arte del Reni è poi riflessa nell’operato del suo allievo pesarese Simone Cantarini. Il suo San Giovanni Battista, non manca nemmeno di tradire certi influssi naturalistici appresi su Gentileschi e Guerrieri, visibili anche nelle Marche.
Ma soffermiamoci sullo splendido disegno Autoritratto di Carlo Cignani che ha, proprio nella sua essenza grafica, la grandezza dell'esito.
Il disegno, tecnica che, come sappiamo, ha rappresentato per secoli un ambito di maggiore libertà artistica, più distante come era dalle convenzioni di cui l'arte ufficiale era caricata, permette all'artista di rappresentarsi con grande sobrietà nelle sue fattezze più reali, in quel volto non più giovane ma ugualmente bonario del primo principe dell'Accademia Clementina.
Certi indirizzi naturalistici della pittura di fine secolo fuoriescono dalla Giuditta con la testa di Oloferne di Lorenzo Pasinelli.
Il Settecento ci porta il cospicuo gruppo di opere di Gaetano Gandolfi, influenzato dalla cromia tiepolesca unitamente agli antitetici modelli di tradizione romana. Il suo talento seppe dar forma tanto al sacro quanto al profano, tanto alla divagazione mitologica quanto a ritratti dalle commuoventi fattezze reali. La tavolozza brillante e luminosa, degna del miglior Settecento artistico, gli avvalse un sempre maggior numero di commissioni. Il Trionfo di Venere, Diana e Callisto sono sapienti e affollate orchestrazioni nelle quali i corpi concatenati, memori della tradizione barocca, si abbandonano alla seduzione del colore e della pennellata fluida.
E se nei quadretti mitologici non mancano seduzione e astrazione, nei ritratti giunge al vertice la poesia. Quel Bimbo seduto con un cesto tra le mani rievoca la più dolce quotidianità valida per ogni epoca. La matita nera gioca con la biacca sulla carta preparata, lasciando alla sanguigna l'importante compito di definire i particolari del volto e dell'epidermide, facendo si che l'opera tradisca subito il suo autore.
Due delicati quadretti di Nicola Bertuzzi detto l’Anconitano sono esempi della pratica settecentesca di trarre figurazioni dalle opere letterarie. Erminia e il pastore e Rinaldo e Armida rappresentano infatti due scene tratte dalla “Gerusalemme Liberata” di Tasso. I due bozzetti, realizzati con una magistrale immediatezza ricalcano la cromia tiepolesca.

Infine la chiusura sull'Ottocento mostra opere di Antonio Basoli, tutt'ora celebrato da una mostra nella pinacoteca bolognese. Due grandi paesaggi visionari, intrisi di una tradizione romantica ravvisabile nella grandezza della natura e nella maestosità delle antiche rovine che sovrastano l'umanità, fatta di piccole creature, pastori aiutati nel loro cammino da angeli minuti.
Ne fanno da pendant alcuni piccoli quadretti che, rappresentando l'altro versante della produzione basoliana, mostrano scorci e vedute cittadine riconoscibili nelle Bologna di allora, e forse ancora d'oggi.
Fino al 20 dicembre 2008
ingresso libero.
Didascalie immagini:
- Bartolomeo Ramenghi, detto il Bagnacavallo
(Bagnacavallo, 1484 - Bologna, circa 1542)
La sacra famiglia con San Giovannino Olio su tavola; cm 52 x 41
Bibliografia: inedito
- Guido Reni (Bologna, 1575-1642)
La Vergine in preghiera Olio su tela; cm 73,5 x 57,5
Bibliografia: S. D. PEPPER, Guido Reni. A complete catalogue of his works with an introductory text, Oxford, 1984, p. 292 n. 212, fig. 239; ID., Guido Reni. L’opera completa, Torino, 1988, p. 304 n. 206, fig. 192; G.-J. SALVY, Reni, Milano, 2001, p. 159 n. 222.
- Simone Cantarini (Pesaro, 1612 – Verona, 1648)
San Giovanni Battista
Olio su tela; cm 90 x 76,2
- Lorenzo Pasinelli (Bologna, 1629 – 1700)
Giuditta con la testa di Oloferne
Olio su tela; cm 111,5x97
- Nicola Bertuzzi, detto l’Anconitano (Ancona, 1707 – Bologna 1777)
Rinaldo e Armida
Tempera e gessetti su carta; mm 496 x 370