I mille cieli di Alfredo Meschi

di Amici in Visita - pubblicato il 06 Luglio, 2008 in Mostre


di Daniela Vannini

Ogni mostra lascia sempre un ricordo, una sensazione, un’emozione nell’osservatore attento e sensibile. Insomma, una traccia. Ci sono volte in cui, queste percezioni lasciano un solco. Ed è il caso della bella mostra “Il sentimento della natura nell’opera di Alfredo Meschi” che si è aperta a Barga qualche giorno fa in onore dell’artista novecentesco che più di altri ha saputo custodire fedelmente attraverso le sue opere il patrimonio culturale e la sensibilità lucchese. Una mostra all’insegna della semplicità della natura. Come semplice e generosa è stata l’accoglienza della Fondazione Ricci Onlus che, in collaborazione con il Comune di Barga, ha allestito nelle sue sale la rassegna curata da Gioela Massagli e Giovanni Battista Meschi.


Ma a darci il benvenuto per prima è stata Barga (Lucca), abbarbicata su un promontorio, che scruta orgogliosa l’intera vallata, verdissima e accogliente, e il panorama è di una bellezza struggente. Una bellezza che il pittore lucchese Alfredo Meschi (1905-1981) ben conosceva e amava, e dalla quale più volte traeva ispirazione per i suoi dipinti.
Un ritorno in grande stile quello di Meschi, dopo un’assenza di quasi trent’anni dalla scena artistica. L’ultima mostra dedicata a lui risale infatti al 1979 a Lucca in Palazzo Mansi.
L’itinerario espositivo si snoda attraverso oltre settanta opere che seguendo un ordine puramente topografico traccia in maniera eloquente il percorso artistico compiuto dall’artista a partire dagli anni ‘20 fino agli anni ’70.

L’atmosfera raccolta e familiare consente al visitatore di riappropriarsi, anche se per poco tempo, di una dimensione lontana e atemporale scandita dai ritmi delle stagioni (che a quel tempo ancora esistevano) dove il paesaggio diventa specchio dell’anima. Sì, perché la pittura di Meschi sembra ricercare un coinvolgimento sensoriale con la natura per restituire esattamente ciò che l’occhio percepisce. Concetto riassunto, in maniera esemplare, dalle parole che il pittore stesso confessa all’amico Carlo Ludovico Raggihanti: “Per me, dinnanzi a un paesaggio, quello che conta è la prima impressione: il paesaggio va colto nella sua sintesi atmosferica, nel suo momento di poesia, che difficilmente si ripetono…l’emozione è motivata dall’amore profondo verso la natura…tale amore si ravviva, diventa immenso”.

Il paesaggio di Meschi è un puro canto che nasce da un’intima disposizione all’idillio. Qui sta la magia, a mio modesto parere, della sua pittura capace di diventare vera poesia, evasione del quotidiano senza però alterare la sostanza del reale.
Esso appare filtrato dalle emozioni più profonde del pittore che a sua volta riesce a restituire nelle sue tele come se fossero appassionate liriche del profondo. Non a caso, il critico Felice del Baccaro parla di un’ispirazione pascoliana, di “un felice idillio tra l’uomo e la propria terra, nel rapporto più semplice e più familiare”. Quello evocato dal Lago Santo, dal Riflesso sul fiume, Autunno sul Serchio tele che fanno parte della sezione dedicata alla Gafagnana.
Osservando i suoi campi, i cieli, le selve ombrose, i tetti rugosi, i volti sfuggenti, si avverte infatti una corrispondenza emotiva fra il reale e lo stato interiore che non ricorre alla mediazione dell’intelletto e della conoscenza. Ma si fa poesia della vita. Voce intima e sentimentale come quella sussurrata dalla figura solitaria e malinconica al centro dello splendido olio Verso sera del 1925, con il capo leggermente reclinato in segno quasi di arresa, sentimento che l’oscillare della natura stessa che la circonda pare suggerire. Qui, i contorni si sfaldano, tutto si fa incerto, indistinto e nebuloso come in Via Elisa dallo studio.
Questo periodo segna il passaggio dell’artista ad una fase matura in cui all’esplorazione della pittura a olio si affianca l’uso del pastello che Meschi approfondirà negli anni successivi.

E’ impossibile non rimanere catturati dall’atmosfera sognante e romantica del bellissimo l’Interno a Napoli, una stanza qualunque densa di ricordi e oggetti quotidiani che narrano storie ordinarie come potrebbe essere la nostra. Rimanda a quei gesti comuni logorati dalla vita di tutti i giorni, quelli fatti di corsa. Tutto viene filtrato dalla prospettiva di uno sguardo quasi voyeuristico dell’artista che spia i segreti di vite altrui e ci lascia fantasticare sul resto. I suoi dipinti sono quasi un invito a fermarsi, per recuperare quelle sensazioni antiche che abbiamo perduto. Meschi sembra invitarci a quella proustiana Recherche du temps perdu.
Anche se qui, l’esperienza sensoriale non passa più attraverso la madeleine inzuppata di tè, bensì tramite la morbidezza delle fronde degli ulivi, le colline che trascolorano in lontananza, incastonate in un’atmosfera nostalgica e incantata. Ma è soprattutto la profondità e la varietà cromatica dei cieli che monopolizza lo sguardo di chi osserva. A tal proposito mi viene in mente il cielo della Veduta dallo studio, acquarello del 1928, quello minaccioso del pastello del 1932 che porta lo stesso titolo, oppure quello rosato di Vallebuia e si potrebbe continuare all’infinito perché i mille cieli di Alfredo Meschi sono davvero straordinari esempi dell’indicibile. E tanti altri sarebbero gli aspetti da svelare nell’arte di questo schivo e poco socievole artista lucchese, compito che il catalogo realizzato dalle Edizioni ETS riesce a fare splendidamente.

La mostra è visitabile fino al 14 settembre 2008.
Per maggiori informazioni o prenotazioni
www.fondazionericcionlus.it

Daniela Vannini

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