Gruppo marmoreo del Laocoonte
di // pubblicato il 08 Luglio, 2008
Entrare agli Uffizi nei giorni di chiusura, salire le scale, camminare per i corridoi, attraversare le sale senza visitatori per incontri ravvicinati solo con i tesori custoditi, ogni volta è un piacere nuovo a cui è impossibile abituarsi, per l'emozione di cogliere sempre nuovi particolari per poi uscire sapendo di portarsi dentro qualcosa di incancellabile.
Ieri, nel terzo corrdoio, è iniziato il restauro del gruppo marmoreo del Laocoonte di Baccio Bandinelli (copia di quello di età ellenistica dei Musei Vaticani) e, per non privare il pubblico del capolavoro, è stato scelto di allestire in loco il cantiere e di renderlo “aperto” come accade regolarmente all'estero.

Un materiale in fibra termotesa chiara, dotato di pannelli informativi sulle fasi salienti dell’operazione, con proiezioni di immagini sia in tempo reale che registrate. Sul diaframma anche una finestra in cristallo trasparente, per osservare in diretta i restauratori all’opera.
La storia del gruppo marmoreo è bella quasi una favola. Fu scoperto a Roma da Felice de Fredis cadendo in una buca nella sua vigna presso le Terme di Tito, sul Colle Oppio: si trattava dell’ingresso di una stanza sotterranea che proteggeva la scultura.
Papa Giulio II inviò subito Giuliano da Sangallo e Michelangelo che la identificarono immediatamente con quella di proprietà dell’Imperatore Tito (79-81 d.C.), che Plinio il Vecchio attribuiva agli scultori Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi e raffigura il sacerdote troiano che, contro il volere di Atena e Poseidone, si era opposto all’ingresso a Troia del cavallo di legno lasciato dai Greci. Due serpenti marini lo avvolsero fra le loro spire, uccidendolo insieme ai due figli, e segnando così la distruzione di Troia.
Il gruppo destò lo stupore dei contemporanei «…Tutta Roma die noctuque concorre a quella casa che li pare el jubileo» arrivando a rivoluzionare la percezione dell'arte antica perché non vi fu artista in Roma, anche di passaggio, che mancasse di studiarla.
Bramante organizzò addirittura un concorso per l’esecuzione della copia migliore che venne vinto da Sansovino. Oltre a una gran quantità di disegni, ne furono ricavate copie, calchi in gesso, in bronzo e in marmo.
Una scultura complessa e delicata che ispirò scrittori, pittori, letterati di varie epoche, documentata ampiamente nel 2006 dalla mostra dei Musei Vaticani intitolata: “Laocoonte per sempre”.
Il gruppo marmoreo della Galleria degli Uffizi, invece, fu commissionato a Baccio Bandinelli dal Cardinale Giulio dei Medici (divenuto poi Papa Clemente VII) e realizzata nel 1520 con tre blocchi di marmo, per regalarla a Francesco I re di Francia (forse, prima di questa data, fu lo stesso Bandinelli a eseguire alcune integrazioni sulle parti mancanti del gruppo originale).
La copia arrivò a Firenze nel 1531 e collocata nel cortile del Palazzo Medici di via Larga (attestato da iscrizione sotto la base ricordata dal direttore della Galleria Giuseppe Bencivenni Pelli nel 1779) da dove fu poi trasferita nel casino di San Marco per entrare in Galleria con l’ubicazione attuale con l’eredità del Cardinale Carlo dei Medici, probabilmente nel 1671.
Oltre al Laocoonte saranno restaurate altre quattro opere della testata del terzo corridoio, tutte provenienti dalle collezioni medicee: il Cinghiale, copia di un bronzo di epoca ellenistica (modello per quello di Pietro Tacca per la fontana del Mercato Nuovo, ma noto come il "Porcellino"); un Ercole rappresentato al termine delle proprie fatiche (sull’esempio dell’Ercole Farnese) e due ritratti virili, entrambi databili intorno al I secolo dopo Cristo e rappresentanti due uomini in età matura.

Antonio Natali, Direttore della Galleria degli Uffizi, Antonella Romualdi, Direttore del Dipartimento dell’antichità classica e di Francesca de Luca, Direttore del Dipartimento dell’arte del Cinquecento e del Seicento, seguiranno i restauri eseguiti da Alberto Casciani per il Laocoonte, Paola Rosa per il Cinghiale, da Giovanni Boni per l’Ercole Farnese e da Daniela Manna per i due busti.
Antonio Natali ci ha spiegato il grande lavoro di restauro operato periodicamente dalla Galleria, uno di quegli enormi sforzi che passano senza farsi notare, ma che, anzi, si noterebbero solo se non fossero eseguiti e possibili grazie alle mostre effettuate negli Stati Uniti e in Spagna.
Numeri significativi se si pensa che negli ultimi anni ben 21 statue e 51 busti, solo nei corridoi, oltre 120 in tutta la Galleria, si sono rifatti il "lifting"!
“Si tratta – dice Antonio Natali – di un’operazione fra le più importanti intraprese dalla Galleria nell’ottica della rilettura degli ambienti che saranno emblematici degli Uffizi di domani. Dopo il riordino della Sala della Niobe, dopo il Ricetto delle Iscrizioni e la Sala dell’Ermafrodito, dopo il restauro della scala lorenese, l’attuale intervento aspira a restituire alla testata del corridoio di ponente l’antica nobiltà che le pertiene”.
Il restauro del nostro Laocoonte ha lo scopo di restituire leggibilità al gruppo, offuscato dalla “patina del tempo”, da uno strato di sporcizia dovuto a sostanze grasse, vecchi strati di cera, depositi di polveri e dai danni subiti a causa dell’incendio avvenuto in galleria nel 1762, ancora testimoniati da numerose macchie rimaste sulla sua superficie.
Sono previsti dieci mesi di lavoro, ma l'importanza di questi interventi non è mai il fattore temporale, ma qualitativo. Con una prima fase si dovrà verificare, attraverso vari saggi, il grado di profondità cui adeguare la pulitura, poi, con l’utilizzo di piccoli tamponi imbevuti di sola “acqua deionizzata”, verrà rimosso lo sporco più superficiale, mentre si farà ricorso ad un’apparecchiatura laser, per quei depositi penetrati nella rugosità del marmo.
Un altro importante momento del restauro consisterà nel controllo della tenuta delle adesioni tra i vari pezzi, fratturati e poi riassemblati dopo l’incendio.
Restauro reso possibile dall’instancabile ricerca fondi operata dall'associazione Amici degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc che hanno contribuito all’intera operazione con un finanziamento di circa centosessantamila euro.