Giambologna, gli dei, gli eroi

di Cinzia Colzi // pubblicato il 17 Febbraio, 2007

Anche se le biografie accreditate riferiscono sia arrivato in Italia per compiere un pellegrinaggio artistico, successivo a un percorso di formazione in patria, e dopo un soggiorno di due anni a Roma avrebbe intrapreso la via del ritorno passando per Firenze, ho sempre pensato fosse venuto, e qui rimasto, per Amore; del resto, quando si studia un artista in gioventù, difficilmente le esperienze successive riusciranno a modificare l?idea iniziale.
Non appartenendo culturalmente al mondo artistico fiorentino, Giambologna si guardò intorno con la curiosità di chi viene a contatto con un mondo nuovo e un così straordinario impegno nello studio troverebbe spiegazione nella permanenza a Firenze che, potendo essere di breve durata, lo sollecitò a ?registrare? il maggiore patrimonio d?impressioni concesso da quella visita.
Ma il suo non fu un atteggiamento di sola ricezione, al contrario, le fonti concordano che egli si contraddistinse per una predisposizione alla sperimentazione inventiva e ben presto iniziò a tradurre le sue ispirazioni in piccoli modelli plastici.
Furuno proprio queste opere, piuttosto che mere copie dall?antico, a incoraggiare il Vecchietti prolungare e trasformare la sua ospitalità in favore di uno straniero giovane e sconosciuto, per di più inesperto nello scolpire il marmo.

Le fonti contemporanee al Giambologna non ricordano il suo anno di nascita. Il 1529, adottato anche dai curatori della mostra, è il risultato di una fra tante congetture. Tra i molti ritratti di ?Giovanni?, vi è quello di Joseph Heintz il Vecchio, inciso da Gijsbrecht van Veen in un rame datato 1589: l?iscrizione che circonda l?effigie precisa che il ritratto venne eseguito quando l?artista aveva sessant?anni. Questa indicazione corrisponde con quanto Giambologna stesso avrebbe dichiarato nella firma del monumento equestre di Cosimo I: ?IOHAN . BOLOG . BELGA . ETA . SVE . A . 65 . AN. 1594?.

?Giovanni?, uno dei massimi scultori manieristi con stile personale fatto di elegante e sobrio formalismo e di figure (accanto agli dei e alle allegorie sono spesso presenti contadini e pescatori) in raffinato equilibrio dinamico, forse perché straniero, non ha goduto né in vita, né successivamente, del giusto tributo al suo genio.
Solo adesso, nel terzo millennio, per la prima volta in Italia, fino al prossimo 15 giugno al Museo Nazionale del Bargello (a cui vanno merito e ringraziamento per averci regalato una così completa rassegna), una personale dedicata all?artista considerato il maggiore scultore dopo Michelangelo e prima del Bernini.
Finalmente, il tributo di Firenze a questo suo figlio fiammingo di nascita, ma artista mediceo e fiorentino d?elezione le cui opere contribuirono al mantenimento del lustro di capitale delle arti nel mondo.

Durante il regno di tre granduchi, Iohan aveva accettato la condizione e le regole imposte agli artisti dalla corte tradizionalmente abituata a maestri straordinari da esigere opere incomparabili, ma, al tempo stesso, estremamente attenta al pagamento.
Nel giugno 1585, Giambologna scriveva ad Antonio Serguidi, ministro del granduca Francesco I, una lettera che, per quanto ben nota, vi trascrivo i passi ricordati da Beatrice Paolozzi Strozzi (Direttore del Museo Nazionale del Bargello) come ?eloquente ? e commovente ? testimonianza autobiografica dell?artista?:
?Il bisogno in ché mi trovo, l?età horamai grave, e le molte et salde promesse havute da Sua Altezza Serenissima mi fanno ardito a mandare a Vossignoria Illustrissima la inclusa supplica, il contenuto de la quale a me par giusto, se l?interesse proprio non mi inganna. L?opere che io feci per Sua Altezza Serenissima con patto d?esserne pagato [...] furno assai più che non si narra, e furno stimate assai più che questa merzè che io chieggo; ma non voglio nulla per dovuto, anzi tutto per dono. Et in vero quando non fusse per altro che per la pochissima spesa con la quale ho condotto per Sua Altezza Serenissima tante e tante opre [...] non harebbe a tener per male impiegata questa merzè che li domando, come sanno li suoi ministri, a rispetto de li altri scultori che la servono, et non ho mai pensato se non a servirla con avanzo suo, et presto e bene, senza chieder per me [...].
Adesso se mi fa merzè di 1500 scudi [...] spenderò il suo dono [...] nel suo stato, né harò causa d?esserli più molesto, né di vergognarmi di non havere in tanto tempo con tanto lavorare saputo avanzare da vivere, quando pur vedo parecchi miei servitori e scolari che, partiti da me, con quel che da me hanno appreso, et con li miei modelli, si sono fatti ricchissimi et honorati, et mi pare che di me si ridano, che per voler pure stare al servizio di Sua Altezza Serenissima, ho rifiutato partiti larghissimi sì in Spagna con quel re, come in Germania con l?imperatore. Hora io non mene pento, et spero non haverne a pentire mediante la bontà di Sua Altezza Serenissima, con la quale prego Vossignoria Illustrissima che voglia spendere per me quattro parole, ne le quali io non sono punto pratico, havendo messo il mio studio più nel fare che nel dire [...]?.

Ovunque, nessuno poteva competere con il prestigio di chi ricopriva il ruolo di artista ufficiale alla corte fiorentina e ne è conferma? proprio la storia del ?nostro? scultore, che i regnanti di tutta Europa invano si contesero, il quale avrà sicuramente costatato di essere diventato? proprio lui, uno ?straniero?, uno di quei fiamminghi a cui si riconosceva tutt?al più la diligenza e il virtuosismo tecnico, il successore dei grandi del Rinascimento proprio in casa loro.
Realtà e ruolo che, sempre più, gli storici gli riconoscono e dimostrano in forza dei sempre nuovi studi e delle ricerche d?archivio degli ultimi anni.
Ciononostante, la sua prolungata condizione di straniero, che non divenne mai cittadino fiorentino, è forse dovuta anche al fatto di non aver mai assimilato completamente la lingua. Le sue lettere autografe mantennero? sempre l?equilibrismo fra italiano e francese anche nell?ultimo decennio del Cinquecento, quando Sebastian Z?ch, padre di Markus, gli chiese di firmare nel suo album amicorum, Giambologna scriverà in francese.

Solo approfondendo la vita del Maestro ci possiamo catapultare nel suo spazio temporale e provare a proiettare le condizioni in cui ha operato, per questo suggerisco di leggere attentamente il saggio di Dimitrios Zikos, nel catalogo ufficiale, da cui tratto alcuni riferimenti.

Concludo con una significativa riflessione di Camilla Speranza, portavoce di Firenze Musei e della mostra: "In un tempo in cui si parla di Europa unita, personalmente trovo?bello pensare che ritornino a Firenze, sebbene per soli tre mesi, una consistente serie di bronzetti, molti dei quali i Medici offrirono in dono ai regnanti d'Europa alla fine del Cinquecento. I generosi prestiti di tanti musei d' Europa ed italiani mostrano quanto l'Europa e l'Italia amino il Museo Nazionale del Bargello e Firenze".

(pubblicato Terra di Toscana marzo 2006 e riportato sul blog in data odierna)

 

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