Due collezioni a Perugia
di // pubblicato il 20 Settembre, 2008
di Gian Luigi Zucchini
Un dialogo tra due collezioni, o tra quadri di alto interesse artistico, potrebbe essere definita questa mostra che si è da poco aperta a Perugia, presso il Palazzo Baldeschi al Corso (“Da Corot a Picasso, da Fattori a De Pisis”, fino al 18 gennaio. Catalogo Silvana editoriale). 
Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio per celebrare il centenario della costituzione della Cassa di Risparmio di Perugia, la mostra propone la sintesi di due famose collezioni, una americana e l’altra italiana: la Phillips Collection di Washington e la Collezione Ricci Oddi di Piacenza.
La prima fu fondata da Duncan Phillips, nipote di un ricco banchiere, che iniziò a comperare quadri di autori dell’Ottocento e successivamente della prima metà del Novecento, non rinunciando poi ad acquistare pure alcuni pezzi antichi di grande pregio artistico, eseguiti da maestri famosi, come El Greco o Chardin, il grande, umile artista del Settecento francese.
Questi acquisti erano tuttavia mirati ad una precisa visione della collezione: tendevano a dimostrare, secondo il Phillips, una tensione, una spinta originale ed anticipatrice di quella che sarebbe stata l’innovazione avvenuta poi in seguito nell’arte.
Nella mostra queste opere non sono presenti, né sarebbe stato possibile esporne anche soltanto una parte dal momento che la collezione conta oltre 2500 pezzi, ma ci si limita ad esporne alcuni tra quelli di maggiori rilievo non soltanto artistico, ma anche documentaristico, esempi di una qualità che, da un autore all’altro, si mutava via via, segnalando nuove tendenze ed originali percorsi innovativi.
Si parte così da Corot, e più specificatamente da due opere del 1826, quando l’artista francese soggiornava in Italia, e catturava nelle sue tele la limpida serenità della luce romana, per poi passare via via ad altri autori, quasi tutti francesi. Si segnalano, tra questi, Honoré Daumier, che occupa un posto rilevante nel quadro della pittura dell’Ottocento per la carica trasgressiva, dissacrante e di denuncia dei costumi sociali del tempo; “L’inverno nel Giura” di Gustave Courbet, di un impressionante realismo cromatico; un preziosissimo, intimo dipinto di Sisley, “Neve a Louveciennes” (1874), dove l’impressione della nevicata in atto, con il suo silenzioso, avvolgente candore pervade tutta la scena;
poi, tra Monet, un bronzo di Rodin (di altissima qualità) ed uno di Renoir, appare un delicato olio di Odilon Redon, giocato tra luci dorate e aliti di rosa, azzurro chiarissimo e verde acido, con chiazze di fiori nel mistero di un’immagine che esce da soffi di colore. Inoltre un Van Gogh ultima maniera, dipinto eseguito poco prima della morte, datato 1890, una natura morta di Cézanne, aspra di forme concise, dipinte in un’alternanza di tinte calde e fredde, fino a Bonnard, Kandinskij, per concludersi poi, tra altre opere ancora di artisti famosi, con due stupendi Picasso, alcuni lavori di Braque, un dolente ritratto di Elena Povolozky, logo della mostra, eseguito da Modigliani, ed infine un duro inquietante dipinto di Georges Rouault, intitolato “Tre artisti del circo”, in cui il grande artista francese ha evidenziato, mediante un espressionismo acuito dall’impasto opaco del colore, la dolente sofferenza dell’uomo e del suo intristito cammino umano. 
La collezione italiana, anch’essa presente con una sintesi pur qualitativamente rappresentativa, fu iniziata e via via accresciuta da Giuseppe Ricci Oddi, un nobile piacentino che iniziò la sua raccolta (oggi divenuta museo pubblico a Piacenza), non certo con l’intento di farne un’importante collezione, ma per arredare la propria abitazione. Spingendo l’interesse oltre i confini della propria città e provincia, cominciò a guardare soprattutto a Milano, dove confluiva un mercato di sicura qualità, acquistando opere di fine Ottocento e soprattutto del Novecento, di autori che già si segnalavano come artisti importanti, ma non ancora celeberrimi, e dimostrando negli acquisti una sensibilità ed un’intuizione artistica che gli permise di mettere insieme un notevole numero di dipinti oggi di altissimo valore artistico ed anche venale. Vediamo così in mostra, tra gli altri, un bel dipinto di Antonio Fontanesi, artista ancor oggi troppo sottaciuto e non del tutto ancora apprezzato come si dovrebbe, poi Fattori, Zandomeneghi con una felicissima ripresa di “Piazza d’Anversa a Parigi” (1880), di chiara impronta impressionista; e ancora un intimo paesaggio con figure di Angelo Morbelli, silenzioso nella malinconica camminata dei due anziani coniugi che si avviano di buon mattino alla messa domenicale, lungo una strada che si sta concludendo, metafora della vita. 
Poi, tra un originale Pellizza da Volpedo, di luminoso divisionismo, un Mario Cavaglieri ridondante di colore, un Carrà di morbida luce campestre, ecco uno stupendo ritratto di Massimo Campigli ed infine, per concludere il percorso, un grande mazzo di fiori di Filippo De Pisis, dipinto nel 1937. Un fremito intenso, un accumulo di brividi cromatici, una nervosa tensione poetica che fa di questo quadro uno dei capolavori dell’artista ferrarese.
Come scrive Vittorio Sgarbi nel catalogo, di cui è curatore insieme alla mostra, essa rappresenta “una storia di orgoglio francese e di tradizione italiana, fino a confondersi nell’incertezza dei confini spirituali”.