Colpa è di chi m’ha destinato al foco…
di // pubblicato il 16 Luglio, 2008
di Daniela Vannini
L’accostamento è forte, bisogna ammetterlo. Avvicinare le opere di Michelangelo a quelle di Burri, è come far toccare gli opposti. Eppure, Aurelio Amendola, uno dei migliori fotografi toscani, c’è riuscito. A dimostrarlo l’esposizione “Colpa è di chi m’ha destinato al foco” aperta fino al 18 settembre alla galleria Frittelli Arte Contemporanea di Firenze.

Una splendida mostra che presenta una sequenza di immagini fotografiche delle opere scultoree di Michelangelo Buonarroti e del lavoro in progress di Aurelio Burri mentre da fuoco a un pannello di cellotex (quella che noi chiamiamo comunemente plastica) icona della nostra società dei consumi.

Amendola, che per primo ha esposto al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo nel 2007 proprio con una mostra dedicata a Michelangelo, riesce a catturare con la sua macchina gli scorci e i particolari più inaspettati delle opere dei due artisti qui messi a confronto, offrendoci nuove storie e nuove emozioni.
Scatto dopo scatto Amendola pare creare un cortometraggio: sequenze filmiche dove i livelli, le prospettive e i punti di vista fanno la differenza. Ed ecco che scopriamo una Pietà Vaticana altra ripresa dall’alto dove il grembo della Vergine ci appare come un grande bacino. E poi il David visto dall’alto e dal basso suscita nell’osservatore sensazioni inedite e divagazioni immaginative.
E’ soprattutto il suo indugiare sui particolari di questi nudi, ora la perfezione delle mani, delle labbra, ora il gioco di chiaroscuri che evidenzia diverse parti del corpo come la scapola, la schiena, il torso o l’addome, a suggestionare la nostra fantasia e a creare visioni cariche di una forte drammaticità.

Le foto di Amendola hanno il potere di esaltare l’umanità dei corpi michelangioleschi, ma anche di svelare nuovi linguaggi e creare nuove opere che vivono di vita propria. Così, l’artista sembra ricreare a partire dalla matrice michelangiolesca - senza nulla togliere alla grandezza del maestro cinquecentesco - e iniziare un cammino personale con l’arte fatto di interrogazioni, dubbi e riscontri magnificando l’arte in sé.
La chiave di lettura dell’intero percorso espositivo sta tutta nel titolo stesso della mostra che riprende il sonetto 97 delle Rime di Michelangelo. Il fuoco che modella, brucia, forgia, concetto materialmente reso dalle combustioni di Burri. Il fuoco come passione, dell’amore, ma anche dell’arte, quella “combustione dell’animo” che precede l’atto creativo. Non a caso Michelangelo scriveva “A la bell’arte che, se dal ciel seco/ ciascun la porta, vince la natura,/ quantunque sé ben prema in ogni loco;/ s’ì nacqui a quella né sordo né cieco,/ proporzionato a chi ‘l cor m’arde e fura,/ colpa è di chi m’ha destinato al foco”.
E’ questo il filo rosso che lega le anatomie di Michelangelo alle combustioni di Burri: il fuoco che crea, distrugge e ricrea.
Le immagini che lo ritraggono alle prese col fuoco sublimano l’atto stesso della creazione. La fiamma prima disegna inquietanti volti, nascondendo quello del suo creatore, del quale rimangono solo le mani che plasmano la materia, la quale si attorciglia fino a dar vita a corpi informi. Mani che sembrano cercare quelle del Cristo di Michelangelo poco più in là. Spazio e tempo si annullano. Passato e presente coesistono in immagini stridenti.

Nelle fotografie di Amendola l’arte sembra riflettere su se stessa. E’ l’arte che diventa specchio di sé. L’arte che ferma se stessa in uno scatto. Amendola indaga l’arte, si confronta con le opere di Michelangelo e con quelle di Burri facendole dialogare.
La mostra prosegue con una galleria di ritratti che riunisce i nomi più importanti dell’arte del XX secolo come De Chirico, Wahrol, Lichtenstein, Pomodoro, Schifano, Kosuth e altri ancora.
Con le immagini di San Galgano ritroviamo invece una dimensione medievale e gotica. Qui il luogo è simbolo di rovina, di una Toscana pre-rinascimentale, perduta che torna a rivivere in vivide apparizioni che documentano un passato lontano sospeso tra ricordo e interpretazione.
La fotografia di Amendola è mossa da una passione per la scultura e l’architettura: i rapporti di scala tra il basso e l’alto, tra cielo e terra, tra uomini e materiali confluiscono in una corsa titanica verso il sublime, come titanico fu il ribelle Prometeo che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini. Allo stesso modo, Aurelio Amendola ha osato accostare Michelangelo e Burri per donarli a noi visitatori, instancabili divoratori di novità, attraverso immagini incantatorie.
Per ulteriori approfondimenti è disponibile il catalogo Michelangelo/Burri “Colpa è di chi mha destinato al foco” di Carlo Cambi Editore e Spaziotempo.
Per maggiori informazioni: Frittelli Arte Contemporanea
info@frittelliarte.it