Canaletto e Bellotto: stili e tecniche a confronto nell’arte della veduta

di Amici in Visita // pubblicato il 01 Maggio, 2008

Di Daniela Vannini

Immaginate di trovarvi su un fantastico promontorio dal quale si gode una vista così bella da togliere il fiato.
Ora, immaginate di essere in una delle sale monumentali di uno sfarzoso palazzo seicentesco, proprio di fronte a quel paesaggio immortalato, come uno scatto d’autore, su una tela di 124,5 x 204,6 centimetri.
Eccoci sprofondati nei magici scenari di “Canaletto e Bellotto, l’arte della veduta”. La mostra è ospitata nel Palazzo Bricherasio a Torino e visitabile fino al 15 giugno 2008.

Un percorso espositivo straordinario, curato da Bozena Anna Kowalczyk, che mette a confronto i maggiori capolavori dei due più importanti vedutisti veneziani.
Due visioni in parallelo. Due modi diversi ma vicini di raccontare il paesaggio. A un mondo a colori se ne accosta uno in bianco e nero.
L’uno esalta una visione poetica e raffinata del paesaggio, l’altro predilige chiaroscuri e ampi orizzonti, ma entrambi sono accomunati da una costante ricerca del vero. La prerogativa assoluta per ambedue è, infatti, la minuzia fotografica che si traduce in un’ossessione del dettaglio.

Giovanni Antonio Canal (1697-1768), detto il Canaletto, e il nipote e allievo Bellotto compiono lo stesso cammino, stessa quest – in sinergia e in solitudine – arrivando, però, a esiti artistici differenti e per la prima volta esposti insieme.
Qui, l’esperto o il semplice visitatore può finalmente ammirare le opere dei due maestri le une a fianco delle altre.
Arrivate un po’ da tutto il mondo, da collezioni europee e americane, le tele ripercorrono le tappe più significative dell’itinerario artistico dei due pittori, offrendosi come luogo d’incontro in cui dialogare e costruire inedite emozioni e interpretazioni.

Dal canto suo, Canaletto traspone tutta la sua esperienza di scenografo teatrale in una pittura di vedute caratterizzate dal tratto sicuro e leggero e da una peculiare luminosità, passando dai primi chiaroscuri a immagini sempre più nitide e lucenti.
E le dodici vedute del Canal Grande commissionate da Joseph Smith, suo mecenate e collezionista, che aprono la rassegna ne sono un eloquente assaggio.
A dialogare con esse una serie di vedute veneziane eseguite dall’allievo Bellotto all’inizio della sua carriera, attribuite in passato a Canaletto e solo di recente riconosciute a Bellotto.

Cresciuto nell’atelieu di Antonio Canal, Bernardo Bellotto (1722-1780) apprende dallo zio l’arte della veduta e reinterpreta le dodici vedute in maniera del tutto personale anche se in un linguaggio ancora immaturo come nel caso de “L’Ingresso al Canal Grande con la basilica della Salute verso la Carità” (1730). Più matura, per la sapiente impostazione prospettica accompagnata da una luminosità suggestiva, è l’interpretazione del 1741, da parte di Bellotto, de “Il Canal Grande del palazzo Flangini fino al campo San Marcuola e il palazzo Vendramin Calergi”, considerato uno dei più importanti dipinti di Canaletto della fine degli anni ’30 del Settecento.
Bellotto comincia a inserire figure sempre più ridimensionate nelle proporzioni nel contesto della veduta. I toni grigio-verdi si macchiano qua e là di rosso negli abiti, come accade nei dipinti del maestro.

La pittura di Bellotto conosce una vera svolta nel 1742 con il viaggio a Roma come dimostrano le vedute romane qui esposte insieme a quelle realizzate da Canaletto. Di lui, riprende lo stile, la tecnica e le figure ma in maniera creativa dando vita a un’intensa interpretazione attenta al dettaglio. E’ il caso de “Il Foro romano con il tempio di Castore e Polluce”, “Il Tempio di Antonino e Faustina” e le magnifiche vedute di Firenze “Veduta dell’Arno verso il Ponte Vecchio” e “Veduta dell’Arno verso il Ponte alla Carraia”, dipinti eseguiti tra il 1742-44.

Splendide anche le due vedute di Torino commissionate da Carlo Emanuele III, duca di Savoia e re di Sardegna, alle quali si affiancano la Veduta del vecchio ponte sul Po a Torino e quelle di Milano, Gazzada e Vaprio, dove sono evidenti le reciproche influenze tra allievo e maestro.
Nel 1746 le loro strade si dividono: Canaletto lascia Venezia per andare a Londra dove rimarrà per dieci anni e Bellotto parte alla volta di Dresda, in qualità di pittore di corte, per poi raggiungere Vienna, Monaco e Varsavia.

Sospesa tra tradizione e innovazione, la tensione di Bellotto verso il realismo diventa sempre più originale. Il suo, è un realismo che indaga ogni passaggio luministico della natura e del paesaggio in cui sprazzi di luce intervengono ad animare le ombre.
Canaletto, invece, raggiunge una proiezione realistica decorativa, e per certi aspetti rococò, che non rinuncia all’elemento fantastico, ma lo inscrive nel paesaggio con tocco raffinato e lirico, proprio quando cerca, ad esempio, di riprodurre la luce delle mattinate inglesi.

E se Canaletto attinge alla pittura olandese per enfatizzare la minuzia descrittiva, Bellotto lo fa per ampliare gli orizzonti delle sue vedute e per esaltare il suo realismo.
La veduta diviene poesia del paesaggio anche nella visione di Varsavia, realizzata da Bellotto nel 1775, che abbraccia, nello stupore di un unico sguardo, un mondo intero fatto di contadini e cavalieri, poveri e nobili, capanne di legno e chiese, conventi, castelli e palazzine reali che si perdono nei prati sconfinati all’orizzonte. Ed ecco realizzato un microcosmo della società di quel tempo.
L’esposizione prosegue con una sezione dedicata al genere dei capricci e poi con i cinquanta disegni di zio e nipote: dagli schizzi della prima idea, agli studi delle composizioni fino alla creazione delle vedute finite.

A concludere il percorso espositivo le acqueforti di Canaletto e otto prove di Bellotto, cui si aggiunge una sala con “vedute ottiche”, “mondo novi” e “camere oscure”, strumenti tecnici utilizzati nel Seicento dai vedutisti, che provengono dalle collezioni del Museo Nazionale del Cinema di Torino.

Daniela Vannini

 

Dettagli