Beatles ‘68
di // pubblicato il 06 Agosto, 2008
Allo Spazio Oberdan di Milano, la mostra “Beatles ‘68” fino al 14 settembre 2008, promossa dalla Provincia di Milano e curata da Umberto Buttafava ed Enzo Gentile (catalogo edito da Gabriele Mazzotta).
“Il sessantotto”; solo a pronunciarlo si spalanca un mondo di eventi, che tanto hanno contribuito alla creazione di quello contemporaneo.
Chi lo ha vissuto sicuramente ne ha nostalgia e chi invece ne ha sentito parlare il rimpianto di non esserci stato; la certezza che oggi sarebbe impossibile ricreare un anno come quello, in cui tutto era possibile e tutto poteva accadere, proprio perché tanto accadde.
La forza del “sessantotto” furono i suoi “giovani” con i loro sentimenti, la densità delle passioni, gli ideali di pace e uguaglianza, la voglia di trasgredire le regole nella speranza di creare un mondo migliore, più umano, assente da guerre e orrori.

“Maggiore disponibilità di mezzi e più elevata istruzione rendono, quindi, questa nuova generazione di teen-ager qualcosa di mai visto prima: un gruppo autonomo, con propri modelli culturali, modi di vivere, di intendere e di pensare. I nuovi giovani non vogliono nemmeno pensare all’ipotesi di nuove guerre, non vogliono saperne dei tanti drammi e dolori”(Umberto Buttafava)
Si ribellano alla guerra in Vietnam, vivono la “Summer of love” di San Francisco, nascono gli “hippie”, lottano per l’amore libero, si ricerca la spiritualità, il contatto con il mondo orientale, le marce pacifiste invadono il pianeta. Il loro simbolo saranno i fiori, “i figli dei fiori”.
Alzano un pugno chiuso in un guanto nero.
“Il pugno chiuso in un guanto nero di Tommy Smith e John Carlos, sul podio delle Olimpiadi a Città del Messico, evento di massima risonanza planetaria, è un macigno sulle ipocrisie di chi ancora vorrebbe convincere il prossimo che “l’importante è partecipare”. I due atleti, neri americani, mentre l’inno e la bandiera a stelle e strisce del loro paese celebrano chi vince in pista, indicano senza mezzi termini, né tema di smentita o equivoci, che a perdere è il mondo, la comunità internazionale, i morti nel Vietnam e sull’asfalto delle città in fiamme. E comunque – il loro gesto lo assicura – qualcosa si muove, e la verità di un altro modo di essere e “partecipare” è lì, dietro l’angolo. Give Peace a Chance è imminente” (Enzo Gentile) 
Un fermento giovanile che cerca nel rinnovo di tagliare i legami con il passato, ma anche di ribellione e qualche volta di distruzione verso se stessi. Iniziano l’uso smodato di alcool e droghe, specialmente allucinogeni. Perché nonostante tutta la voglia di nuovo il mondo va avanti e va avanti con i suoi vecchi schemi. Non si fermano le guerre, Kennedy e Martin Luther King, vengono uccisi, Praga invasa, ecc.
La musica è il motore di tutto questo. Ovunque è musica e ovunque sono i Beatles. Il 1968 è l’apice della loro popolarità, il successo è planetario, ma iniziano anche quei contrasti che li porteranno allo scioglimento. Folle impazzite di ragazzi si muovono intorno a loro, stanno ore ed ore ad attenderli agli aeroporti, invadono i concerti, i loro dischi saranno venduti a milioni.
La mostra, in occasione del quarantesimo anniversario del sessantotto, amalgama bene il mondo dei “quattro ragazzi di Liverpool” con quello circostante di cui loro erano non solo parte integrante ma fondamentale.
Attraverso copertine discografiche, spartiti, curiosità, rarità autografate, giornali, riviste, libri, locandine ecc. vengono analizzate le quattro fasi più importanti della loro carriera musicale di quell’anno, dall’lp doppio, conosciuto come “White Album”, al viaggio in India, al loro rapporto con il mondo del cinema ed infine l’inizio delle carriere come solisti.
Sono passati 40 anni da quel magico ’68, e molto c’è rimasto. Ci sono rimasti i sogni e le illusioni dell’adolescenza, quando credi davvero di poter cambiare il mondo, la forza propulsiva che fa sperare in un futuro migliore per tutti. E ci sono rimasti i Beatles.