Balthus

di Elena Pratesi - pubblicato il 20 Giugno, 2008 in Mostre

Il mio articolo questa volta non vuole essere solo un invito a visitare una mostra, il resoconto di una esposizione che vale la pena conoscere oppure il ragguaglio su evento che sta per svolgersi nella nostra bella Firenze, questa volta voglio spaziare, cercherò di convincervi che vale la pena organizzarsi un fine settimana “fuori porta”: finalmente una bella gita culturale, e allora tutti pronti a partire per Martigny per recarsi alla mostra di Balthus.

E se poi questo viaggio non fosse possibile proverò ad accompagnarvi io attraverso il semplice racconto di quello che potreste osservare: sarà un piacere per me descrivervi questa esperienza fuori dai confini italiani che ho avuto la fortuna di vivere alla quale spero ne seguiranno molte altre.

La mostra su Balthus organizzata alla Fondation Pierre Gianadda e curata da Jean Clair e Dominique Radrizzani, concentra i capolavori dell’artista nella città di Martigny.

La retrospettiva invita a ripercorrere tutti i periodi ed i temi che hanno caratterizzato la vita artistica di Balthus: ritratti, paesaggi, senza dimenticare le giovani ninfe che costituisco la maggiore componente del “Mistero Balthus” .

Molti sono gli anniversari che si intrecciano con l’inaugurazione della mostra, prima di tutto il centenario della nascita, ma anche il venticinquesimo della sua riscoperta in occasione della grande retrospettiva del Centre National D’Art de Culture Georges Pompidou nel 1983, ed infine il triennale della Fondation Pierre Gianadda il 19 novembre 1978.

“Svizzera: ci ho vissuto così tanto tempo che credo di essere svizzero. E’ durante la prima guerra mondiale che ho scoperto questo Paese. Avrei tante cose da raccontare...la Svizzera ha giocato un ruolo importante nella mia giovinezza e, poi, ci torno spesso, quasi come per caso…”

Sono le parole dello stesso Balthus che permettono di capire come mai sia proprio la Svizzera a rendergli omaggio con questa esposizione: tutto ebbe inizio nel Cantone Vallese, vicino a Sierre, dove, ogni anno il poeta tedesco Rainer Maria Rilke (con cui la madre di Balthus intrattenne una relazione amorosa) invita la madre ed i figli a distrarsi nel castello di Muzot, dove scriverà la prefazione del libro Mitsou del giovane Balthus (disegnato ad 11 anni e pubblicato a 13).

Anche la sua prima opera Paysage (Muzot), dipinto nel 1922 a soli 15 anni, è un documento della sua presenza in Svizzera.

Era un pittore decisamente fuori dagli schemi: non era allievo di nessuno, e a sua volta non aveva avuto seguaci intorno a lui.

Bonnard, amico di famiglia, aveva sconsigliato ai genitori di iscriverlo a una scuola d'arte, così tutto quello che sapeva lo aveva imparato copiando i suoi "maestri d'elezione", Poussin, David, Courbet, Piero della Francesca e Masaccio.

Si avvicinò ai surrealista negli anni trenta, ma non partecipò mai al movimento restando fedele a ses stesso e senza mai legarsi a nessuna tendenza specifica.

Aristocratico anche nel modo di intendere l'arte, Balthus non è mai stato un pittore "moderno", ed è questo il motivo per cui lo si ama, o lo si odia se non si apprezza una pittura che si confronta con la tradizione e vive di temi ripetuti sino all'esasperazione.

Balthus sviluppò presto nel segreto del suo atelier parigino, uno tecnica unica e da molti definita misteriosa, uno stile che si intreccia con la pittura del Quattrocento italiano e che prolunga la grande tradizione francese di autori come Poussin, Ingres e Coubert.

Donne e gatti (i primi disegnati a 13 anni e pubblicati con una prefazione del poeta Rilke), paesaggi raggelati, una rappresentazione ambigua della vita sospesa in un tempo senza tempo.

La mostra confronta due mitici paesaggi urbani La Rue (che colpì in particola modo l’attenzione dei Surrealisti) del 1933 esposta per la prima volta in Svizzera e Le Passage du Commerce-Saint-Andrè, realizzato venti anni dopo: due esempi dello spettacolo delle città, due icone della strada, che raccontano in modo originale ed unico il teatro della vita.

Nelle sue tele di canapa, il tempo è congelato, il traffico di vita è calmo, i gesti sono sospesi prima che possano dichiarare il loro scopo: la scena è là per essere scoperta da chiunque che possa trovare il mistero.

Dopo il 1945, la sua pittura è diventata più densa, mentre il suo oggetto-materia è cambiato : il nudo ha fatto la relativa apparizione e, in particolare, ragazze adolescenti hanno turbato il sogno nei momenti riservati ed equivoci, a metà strada fra innocenza e perversità.

“Perché via sia vita è necessario il desiderio amoroso. L’erotismo, che è stata imbrattato e rovinato dall’ipocrisia del XIX secolo e della prima parte del XX, per me simbolizza il carattere quasi irresistibile delle pulsioni vitali, l’unione più intima e spirituale al tempo stesso, anche nelle opere più raffinate” (Balthus).

Le sue origini aristocratiche, il gioco sottile della provocazione, l’arte di vivere in modo sfarzoso e grandioso, tutto in lui ha contribuito a tracciare il profilo di un uomo fuori dalla norma: in disparte dai rumori e dai movimenti del mondo dell’arte, ma è stato proprio questo suo comportamento isolato che ha favorito lo sviluppo della sua arte.

Ha rifiutato a lungo di farsi fotografare, di ricevere giornalisti anche solo di fornire informazioni sulla sua vita privata: ha mantenuto il mistero anche sulla sua data di nascita, riuscendo così a sfuggire il tempo e conservare il fascino e il potere ipnotico proprio della giovinezza.

Non amava molto parlare della sua pittura: “trovo che la pittura in sé sia un linguaggio. E passare da un linguaggio ad un altro è estremamente difficile. Il modo stesso di stendere un colore con un pennello è espressione della pittura. Perché dire la stessa cosa con le parole? Non che mi rifiuti ma ne sono incapace”.

Rappresentando nudi, nature morte, contadini, e animali sembra che Balthus dubiti del potere della raffigurazione, le sue opere restano enigmatiche, aumentando la suggestione di chi osserva le sue opere: segrete quanto il suo autore.

Da Mitsou (1919) al Chat de la Méditerranée passando per Thérèse rêvant, Le Salon II o Les Poissons rouges, il gatto abita l’universo di Balthus. È il suo animale feticcio. Cavalcando il mistero, l’ironia e il distacco, Balthus rappresenta se stesso nel Roi des chats (1935) e, in una lettera della sua Correspondance amoureuse perfettamente contemporanea all’esecuzione del celeberrimo autoritratto, dichiara : «Viva i Gatti! E restiamo sul nostro muro e guardiamo con la nostra ironia sprezzante e altera gli uomini che si agitano come dementi e che si gestiscono malamente.» Una quindicina di anni dopo, il gustoso (e gustato) Chat de la Méditerranée è ancora un autoritratto.

Accanto a un percorso antologico del genio pittorico di Balthus, una sala intera svela poi gli straordinari disegni, decisamente intensi e carichi di sensualità.

La retrospettiva della Fondation Pierre Gianadda riunisce i principali capolavori di Balthus, provenienti dalle più grandi collezioni pubbliche e private d’Europa e degli Stati Uniti, ma anche dal Grand Chalet e dalle collezioni della famiglia dell’artista.

Una mostra interessante e affascinante come l’autore delle opere, che merita questo viaggio alla scoperta di un personaggio così controverso e altrettanto accattivante.

Per maggiori informazioni sulla mostra, su come raggiungerla e per altre curiosità:
FONDATION PIERRE GIANADDA Martigny (Svizzera)
www.gianadda.ch

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