Are you sensitive?

di Cinzia Colzi // pubblicato il 17 Febbraio, 2007

Un percorso espositivo, il cui nucleo è l?uomo e la sua sensorialità, allestito in quella che, personalmente, ritengo la maggiore espressione fiorentina di arte contemporanea permanente: il ?Museo Marino Marini (creato nella ex chiesa di San Pancrazio con la donazione dello scultore - scomparso nel 1980 - al Comune di Firenze, consente ai visitatori di avvicinarsi liberamente al suo mondo con straordinario effetto armonico rispettoso e sensibile delle indicazioni del Maestro: marini@fol.it).
L?ampia, labirintica, cripta si apre alle percezioni create dagli artisti di ?Are you sensitive?? e alle suggestioni dei loro diversi linguaggi fatti di colori, suoni, profumi, evocazioni e, fino al 29 aprile, orario 10-17 chiuso domenica e martedì, un dialogo nuovissimo con il complesso architettonico e scultoreo del Marini attraverso diverse espressioni come pittura, fotografia, installazione, narrazione, suono, video e dove ??Are you sensitive?? è la domanda rivolta al pubblico invitato a sperimentare, per mezzo delle opere, i propri cinque sensi e a stimolare una riflessione sul senso dello spazio.
?La percezione sensibile dell?intorno non può essere limitata alla vista o al tatto. Il nostro intorno viene avvertito come fusione di materia fisica e psichica, è l?incontro delle forme e delle immagini del reale con quelle che risuonano dentro?.

I virgolettati sono di Daria Filardo, curatrice della mostra, la quale in attesa del catalogo, come per mano, mi ha regalato una visita guidata simile a un tuffo in una esperienza che inizia con le visioni di Margherita Verdi, il suo invito a esercitare la capacità di penetrazione nei luoghi della memoria. ?L?immagine è una densità leggermente fuori fuoco dentro cui l?occhio scorge solo una piccola area di nitidezza. Dalla nebulosa del tempo e della polvere che copre il passato, emerge un ricordo, un particolare, acutamente definito. L?immagine ci risucchia dentro una profondità non solo spaziale e, uno scatto dopo l?altro, l?occhio cerca di ricostruire un paesaggio mentale attraverso questi spazi abbandonati? .

A seguire un semicerchio verde di assi di legno tagliate con angolazione di tre gradi: il ?light green? di Robert Pettina dove la struttura copre un piccolo fossato, le assi chiudono lo spazio e riportano il pavimento tutto sullo stesso piano. ?Il luogo sotterraneo non c?è più, si scorge solamente da alcuni? fori circolari che si aprono sulle assi e creano un movimento di forme. Semicerchio e cerchi sono gli elementi formali più evidenti, forme piene e accoglienti che ci invitano a fermarci, a osservare il frastagliamento del perimetro formato dall?insieme delle assi verde mela. Il luogo è abitato: persone dentro i buchi daranno da bere. Un ?bar? a terra, dove le persone a servire restano sotto il livello del pavimento, dentro i buchi?.

L?odore è il dispositivo su cui si sofferma Luca Vitone con due lavori pittorici che, senza svelare, alludono. ?Il primo. Il colore ci suggerisce una gradazione. Il quadro è fatto da otto tele strette e lunghe accostate e vicine. Si parte da un leggerissimo colore dorato per crescere con un rosato e un rosso. ? come il seguire delle portate, ogni tela è dipinta con un vino. Una macchia di colore, un profumo leggero che evapora, una gradazione di toni che lascia intravedere la grana della tela che ha assorbito il colore naturale del vino. Il secondo, di fronte. Un giallo intenso. Un dittico poroso e carico. Un'altra sostanza nutritiva presa a prestito per le sue caratteristiche di densità e colore. Un dittico giallo, di zafferano. Accanto, una brillante fotografia dove la terra smossa, marrone inquadrata molto da vicino lascia intravedere piccoli germogli verdi e fiori?.

Antonio Lo Pinto posa a terra la sua opera come lasciata su un cassettone, ma è troppo grande. ?La percezione del ricordo è amplificata dalla dimensione, smisurata. Una collana di sei metri, di perle scure. Come sfilata dal collo, la collana slacciata resta adagiata a terra. L?oggetto è così grande da essere come un segno insistente, qualcosa di così persistente da non potere essere abbandonato se non è posto fuori di noi. I ricordi, le suggestioni vivono di sostanza immateriale finché non diventano solidi come pietre. Sono ricordi preziosi da tenere come in uno scrigno?.

I quadri di Antonio Catelani sono intersecazioni di colore acceso e trasparente ? fatti di colore ortogonale e di curve che aprono uno spiraglio nelle infinite possibilità della griglia. Il colore è pulsante, vivo e brillante; sconfina suggerendo uno spazio che respira fra le fessure, che si dilata e diventa architettura. (..) I muri grigi della cripta si ridefiniscono e il colore diventa la soglia che precisa una nuova profondità. lo spazio è luce brillante: verde, arancione, viola, giallo e azzurro?.

La densità dello spazio sotterraneo nel lavoro di Alfredo Pirri. ?Intravedi come una cascata, come ?piume? (il titolo dell?opera), uno sgocciolamento di colore che dai toni del rosso si muove verso quelli del blu. Ti avvicini. L?aria si fa solida (..) una luce pulviscolare gravita dal soffitto al pavimento. ? come se lo spazio si depositasse sul fondo e noi fossimo in grado di percepire lo stato della materia. Il pavimento è fatto di specchio, come un velo d?acqua che infrange la visione ogni volta che ci fai un passo sopra. Sotto i piedi senti la terra che si frantuma, guardi giù e la visione di te, delle volte del soffitto, di tutto si è complicata. Il senso precario della visione, che si può moltiplicare e cambiare punto di vista seguendo ogni frattura dello specchio, deborda nella solidità di uno spazio architettonico che racchiude una memoria sotterranea. Siamo invitati a sentirci dentro: abitanti dell?architettura, artefici della visione?.

Note e arie famosissime ci conducono da Daniela De Lorenzo restando incantati dal suo gioco di sovrapposizioni di immagini dell?opera video intitolata ?controcanto?. ?Sono tre scene, tre frammenti di arie liriche eseguite da una cantante che si muove dentro e fuori l?immagine di se stessa, con movimenti minimi. A volte percepiamo lo slittamento fra l?immagine fissa e quella in movimento, a volte esse coincidono. L?identità non è mai immagine fissa, come non è un intero, ma prende forma nella continue variazioni che l?artista può dare ai suoi corpi di feltro. Dentro un sacello, una piccola cappella nella cripta, cattura il nostro sguardo con una parete dal colore saturo, un rosso fegato scuro, viscerale, opaco e spesso. Su questo angolo di interno lisciato sono due frammenti di corpi di feltro, dello stesso colore della parete ?Accanto a me? sono corpi vuoti, che parlano di assenza. Il feltro morbido si modella secondo le pieghe interiori, è materiale tattile, caldo, che tiene il calore come il corpo: corpi smembrati e lacerati che si tengono insieme?.

Il tema dell?intima visceralità è ancora presente nel lavoro di Letizia Ronzini e, dentro una nicchia del sacello, propone un video toccante ?(..) ?traccia visiva rimanente? uno dei brani del suo ultimo progetto musicale. Josephine, piccola canzone ispirata al racconto di Kafka ?Josephine o Il Popolo dei Topi? racconta di una strana topolina cantante, la cui convinzione di specialità, unita ad una ostinazione al canto, la porteranno al pubblico ludibrio e alla morte. Le immagini? del video sono viscere e gabbie dentro le quali il ciclo si ripete, l?ossessione non ha fine, ma da esse si pensa di potere sfuggire. C?è un?associazione fra la condizione di consapevolezza cieca e muta dell?eroina di Kafka e quella istintuale dell?artista. Ma questa Josephine è l?organo pulsante e rifiuta il loop: la topolina scende dalla ruota, non si ?lascerà soffocare dal proprio sibilo?.

Il senso umano, dell?architettura, del colore sono il centro del lavoro di Martino Marangoni con i suoi ritratti ?city people?, realizzati negli ultimi anni in giro per il mondo, per delineare una fisionomia dell?umanità che lo abita.?(..) ruba gli scatti, percepisce uno sguardo, un movimento che svela l?interiorità. Il colore, la forma delle architetture e dei movimenti delle persone ci guidano nel viaggio (..) e noi vediamo i toni cambiare da caldi a freddi, i movimenti degli uomini farsi più spirituali, sentiamo una confidenza diversa con lo spazio abitato. Il suo non è un diario intimo, ma uno sguardo che cattura le forme restituendoci una visione compatta, essenziale, in cui anche la casualità è architettura dell?immagine?.

Vincenzo Cabiati con ?La casa del ceramista innamorato? indaga nella relazione fra l?uomo, le cose, l?architettura. Un tavolo è la base di una grande teca di plexiglas trasparente dove sono impressi sui lati i fotogrammi di una storia, quella del ceramista. Dentro la teca, vasi di ceramica che si intravedono in un poetico gioco di luci e trasparenze. ?Ci soffermiamo a guardare, catturati dalle immagini che scorrono al nostro camminare intorno al tavolo, e sentiamo che la bidimensionalità dell?immagine riflessa ha acquisito uno spessore fatto di materia, delicata e fragile, una profonda architettura interna. Dentro gli uomini si scorgono le forme. La immagini narrano una storia, come in un film, o in un sogno?.

Il filo sottile dei disegni di Michele Dantini, ?la cage?, ci suggerisce un?altra forma di architettura che ingabbia la percezione. ?Le gabbie dorate sono strutture sottili e ornate che ci lasciano vedere fuori, ma ci tengono dentro. Un lavoro articolato. Diversi media, dal disegno, alla fotografia, al video, indagano il concetto di struttura, e la possibilità, con gesti minimi, come una pianta infestante che si insinua, di forzarne i limiti. La gabbia è la metafora di una condizione percettiva che rischia il condizionamento e l?eccessiva astrazione. Così, le fotografie di animali dichiarati ?estinti? o che debordano dal perimetro loro assegnato. Si muove in un territorio di ricerca in ambiti disciplinari diversi, quali l?antropologia, la teoria culturale, la storia. L?idea della struttura, la gabbia, e l?archivio diventano un momento di riflessione personale, una cristallizazione di pensieri suggeriti, di richiami sottili e di riecheggiamenti?.

Ritengo essenziale concludere con l?intervista rilasciataci dal dott. Andrea Francesconi a dimostrazione di come l?arte non sia promossa solo dalle istituzioni o dagli addetti ai lavori, ma anche da chi ha forza e coraggio per concretizzare un?idea eccellente definendola semplicemente ?sogno?.
?Once upon a time? nacque l?idea. Ero stato nominato? prossimo Presidente del Rotary Club Firenze Brunelleschi ed entro pochi mesi avrei assunto l?incarico. Vivendo a Firenze, in una delle più belle città del mondo, magnifica nel suo passato di faro culturale, mi rendevo conto però che da tempo la città si era, come dire, ?spenta? per quanto riguarda soprattutto la sua attenzione all??attuale? e la sua pulsione al ?futuro?. Potevo fare qualcosa, in questo senso,?? per questa città e per la regione Toscana che amo davvero tanto? Il Rotary Club, associazione composta di persone rappresentative delle più varie professionalità, a mio avviso aveva in parte anch? esso perduto nel tempo quella che doveva e deve essere la sua principale funzione e cioè l?incisività? nel contesto della sede istituzionale e nel territorio in cui opera, allo scopo di favorire il benessere, la fratellanza, la comprensione e la conoscenza. E? nata così l? idea (forse ambiziosa, certo per noi ?non addetti ai lavori? molto difficile da realizzare, ma indubbiamente estremamente stimolante) di creare un momento espositivo di Arte Contemporanea, rappresentativo degli Artisti più noti e significativi sia della nostra Regione che provenienti da altre, che potesse illustrare ai nostri cittadini e a tutti i visitatori qual?è la realtà dell?Arte Contemporanea e quali sono la tendenze ?future?; Firenze e la Toscana sono? ancora infatti un crogiuolo di idee e di fermenti che possono contribuire? molto alla cultura di tutto il mondo. Ma l?idea era anche quella di non fruire di queste opere d? Arte solo con la vista, convinti che, specialmente nell?Arte Contemporanea, anche gli altri ?sensi? potessero contribuire a una più completa e profonda comprensione delle opere, intesa come ?Simpatia?. Gli Artisti hanno aderito con entusiasmo a questa idea ed hanno appositamente creato le loro opere perché potessero essere ?sentite? e non solo guardate e che si inseriscono in maniera contrastante con l?affascinante e severo spazio espositivo dei sotterranei dello splendido Museo Marino Marini, concesso per l?occasione dal Direttore dr. Carlo Sisi che ringrazio ancora moltissimo. Il giorno 20 aprile 2006 inoltre, in occasione della presentazione ai Critici e al pubblico, del Catalogo della Mostra, il musicista Matteo Fossi terrà una ?Performance Multisensoriale?, durante la quale la proiezione di immagini, la musica e l?associazione di aromi?? con alcune scale tonali e cromatiche, immergeranno i presenti in una sfera di fruizione multisensoriale. Un ringraziamento a tutti coloro che vorranno provare a ?sentire? insieme a noi,?? con la certezza che apprezzeranno i nostri intenti e, infine, a tutti gli amici del Rotary Club Firenze Brunelleschi e all? inestimabile curatrice dr.ssa Daria Filardo, che hanno? con me partecipato alla realizzazione di un sogno. Un augurio a tutti noi che non finisca qui? che nel prossimo futuro ci possiamo ritrovare con queste sensazioni, chissà, in altra sede?ma questa è un?altra storia???.


(pubblicato Terra di Toscana aprile 2006 e riportato sul blog in data odierna)

 

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