Antonio Allegri e Roma
di // pubblicato il 22 Maggio, 2008
Ogni tanto mi chiedo perché.
Perché, certi artisti non siano entrati nel novero di quelli di fama universale come Antonio Allegri.
(silenzio)
Antonio Allegri detto il Correggio (va un po meglio?), alla pari di Michelangelo e Raffaello, venne riconosciuto dai contemporanei "sommo artista" e da sempre gli studiosi lo considerano tra i massimi esponenti della storia dell'arte però, fino a ieri, non gli era mai stata dedicata un'esposizione complessiva.
Come ben immaginate, un'ideuccia ce l'avrei, ma, in questo caso, la critica alla romanità cinquecentesca rischierebbe di apparire il solito campanilismo fiorentino così, ancora una volta, ripetendo di aver studiato e occuparmi di numeri e l'arte è solo il grande amore, lascio agli esperti dotte disquisizioni e spiegazioni, limitandomi a notare che, grazie al terzo appuntamento del programma "Dieci grandi mostre" coordinato da Claudio Strinati, Soprintendente speciale per il polo museale romano e Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese, è allestita e vi aspetta: "Correggio e l'antico".
La capitale non solo sede fisica, ma confronto ideale, centro della problematica, partendo dall'assenza, dalla mancanza di prove documentarie, ne ribadisce la presenza: l'idea di Roma nell'opera del Correggio, la peculiarità della sua interpretazione delle 'forme' romane.
Un percorso attraverso sessanta tra dipinti, disegni e opere dell'antico per trovare nel suo lavoro la risposta alla domanda di quando mutò la visione di spazio, composizione e forme nella "miracolosa originalità provinciale" che il campanilismo, questa volta parmense, soprattutto nell'Ottocento, tentò di avvalorare quella che ormai è considerata leggenda. Infatti, pur non essendo rinvenute tracce documentarie, nelle opere di Allegri esistono innumerevoli indizi di 'romanità' e la critica appare quasi unanime nel dare per certo che a Roma ci sia stato, probabilmente intorno al 1518-19.
Dal sedicesimo secolo, Correggio è il pittore dell’erotismo e, in contraddizione solo apparente, pittore della grazia e degli affetti. Accanto al Tiziano della Venere di Urbino e della Danae di Napoli, e in anticipo sul Rubens del Cimone e Ifigenia, egli tratta la complessa inclinazione del gusto con il garbo suo tipico e, nel contempo, crea il paradigma ideale della pittura erotica.
Il Rinascimento venne attraversato da un largo interesse letterario, poetico e figurativo per l’estasi e la pratica amorosa, attingendo generosamente all’antichità greca e romana per dotarsi di modelli da riprodurre nelle incisioni (Marcantonio Raimondi), nei sonetti (Pietro Aretino), nei dipinti e l'antichità è il tempo aureo delle divinità ‘immorali’ e trasgressive, degli amori consumati con disinvoltura, delle nudità innocenti (il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico di Napoli o l’analogo Secretum del londinese British Museum sono luoghi fascinosi dove oggi possiamo gettare sguardi indiscreti su quel mondo).
Nonostante la mancanza di certezze biografiche, sembra che Correggio sia approdato ai temi erotici intorno al 1525, su commissione mantovana (che Federico Gonzaga abbia tenuto per sé o infine donato a Carlo V gli Amori di Giove o che il conte Nicola Maffei abbia destinato l’Educazione di Cupido e Venere e Cupido addormentati e spiati da un satiro al suo boudoir, queste magnifiche poesie hanno sempre e comunque lo scopo di suscitare sentimenti legati al sesso) e l'erotismo era, nell’intenzione dell’autore, non nella nudità in sé, ma, probabilmente, su richiesta della committenza, la proposta visiva allo stimolo sessuale. Osservazione derivante da un'attenta analisi proprio dell’Educazione di Cupido (scena intima che doveva essere appesa in una stanza privata e guardata da vicino).

Sempre sullo stesso obiettivo di coinvolgere i sensi doveva convergere la maniera leonardesca di rendere gli incarnati e di ammorbidire i profili, ottenendo quel “colorito molto alla carne simile, di dolce aria” che, per il sempre ben informato Vasari, poteva indurre al peccato. E, in efetti, fu l’espressione sorridente, più che l’atto erotico, a stimolare il gesto distruttivo del duca d’Orléans sul volto della Leda, "l'amore di Giove” oggi a Berlino.
Dunque, non tanto i soggetti rappresentati, quanto il modo, e il richiamo esercitato sui sensi e Vasari ricorda, ancora una volta, come la “dolce aria” e la “corrispondente bellezza” del San Sebastiano di Frà Bartolomeo trascinassero le donne verso desideri carnali.

I sei dipinti assegnati al corpus mitologico-erotico sono opere nelle quali Correggio riversa una cultura pittorica avanzata e composita denotando la conoscenza della statuaria antica (corpi belli e vitali), l’eredità leonardesca nella finezza per le espressioni sentimentali, il possesso della tecnica veneta nella stesura del colore e della trama. Tutti questi temi in un mix tenero e sensuale, mai morboso, dove l’estasi ha un taglio languido e dove le divinità pagane, sublimando l’intenzione di suscitare lo stimolo sensuale, parlano una lingua innocente.
Avendovi come spero incuriosito, lascio il piacere di approfondire, anche attraverso i saggi in catalogo edito da Federico Motta, gli altri grandi temi dell'opera del Maestro: affetti, mitologico e quello che Vasari indica Correggio il “grandissimo ritrovatore di qualsivoglia difficultà delle cose”.