Andy Warhol. The New Factory
di // pubblicato il 13 Maggio, 2008
Basta pronunciare il nome di Andy Warhol (1928 – 1987) e subito si evoca Marilyn, bellissima, sorridente, il neo in rilievo, come se il tempo si fosse fermato, clemente, in uno dei suoi momenti più felici.
Ma Warhol non è solo questo.
E’ il tripudio del colore, degli accostamenti audaci e impensabili, delle luci ed ombre, della ripetizione mai uguale a se stessa.
Circa 140 opere create tra gli anni 50 e 80, esposte in provincia di Parma, a Mamiano di Traversatolo fino al 6 Luglio 2008, presso la Fondazione Magnani Rocca (la mostra, curata dalla Fondazione Mazzotta di Milano, è accompagnata dal volume edito sempre da Mazzotta che costituisce la più ricca antologia della produzione grafica di Warhol pubblicata in Italia, con testi di Achille Bonito Oliva, Ada Masoero e Laura Ravasi) sono il frutto della Factory, la fabbrica d’arte da lui fondata intorno agli anni 60, nella quale videro la nascita, oltre ad opere pittoriche, anche film, mostre ed eventi di ogni sorta.
Di origini cecoslovacche vive un’infanzia difficile, fatta di stenti e privazioni, trascorsa nei miseri sobborghi di Pittsburgh, da lui definito “il ghetto ceco” negli anni della grande depressione.
Fin dai primi tempi il giovane Warhol mostra una forte insicurezza e fragilità. Il suo è un animo difficile, tormentato. Ansie, paure, ossessioni, lo accompagneranno per tutta la vita senza possibilità di soluzione. Maniaco collezionista, terrorizzato dalla solitudine, con un pessimo rapporto con la sua immagine desidera però profondamente la fama e l’affermazione. Vuole fare parte in tutti i modi dell’America del suo tempo che ama e che rappresenta. Quella della nevrotica ricerca del successo e degli estremi. Dirà “In quei giorni tutto era eccessivo. Negli anni Sessanta tutti erano interessati a tutto”.
Riuscirà a raggiungere il suo scopo, fino a diventare l’esponente più grande della “pop art”.
Fulcro della sua creatività è l’America del consumismo di massa, quella a basso costo, degli scaffali dei supermercati. Crea le prime “Campbell’s Soup Cans” le prime “Coca Cola” . Lui stesso ci spiega il suo sentire. “Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro può procurarti una Coca migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada”.
Se non è democrazia questa?!
Il suo obbiettivo sembra essere quello di togliere l’unicità all’opera d’arte per farla divenire “un prodotto” Con la tecnica del “blotted line”, procedimento con il quale il disegno viene effettuato su di un foglio poco permeabile e poi ancora umido passato su altri fogli, si possono avere più originali.
L’illimitata possibilità di riprodurre le opere raggiungerà il suo apice quando, nel 1962, inizia a sperimentare la serigrafia. Del resto per Warhol “lo stile è davvero qualcosa di poco importante”.
Ma questo non deve trarci in inganno, o farci pensare che la sua arte sia pura ripetizione. Ogni opera è unica. Si vede la sua mano. Cambiano gli accostamenti cromatici, le sfumature sono adeguate ai diversi stati sia dell’animo che della fantasia, vengono cancellati alcuni particolari ed aggiunti altri.
Electric Chair (1971), portfolio di dieci serigrafie, e dieci emozioni.
Concludo il nostro viaggio nel mondo di questo artista che ha indubbiamente lasciato un segno indelebile di novità, ma anche di sperimentazione nella storia dell’arte ricordando i suoi tanti ritratti di personaggi famosi, tratti dal mondo dello spettacolo e non. Da Mick Jagger a lo Scia di Persia, da Truman Capote a Liza Minelli.
Warhol ha veramente raggiunto il suo scopo. E’ diventato famoso per l’eternità.