Amico Aspertini un bolognese bizzarro all’inizio del Cinquecento
di // pubblicato il 27 Settembre, 2008
di Elisa Mazzagardi
Spesso l’ingrato compito di tracciare le personalità di artisti lontani nei secoli induce chi scrive e, soprattutto, chi ne delinea l’iter artistico in una mostra, nel rischio di sbilanciarsi in sperticaticate allusioni alle loro capacità o in esagerati riferimenti culturali per inserire il creativo di turno in un’aura di genialità. Non è questo il caso di Amico Aspertini, cui Bologna, rinata all’interesse per il suo fulgido Cinquecento, dedica una bellissima mostra monografica aperta fino all’11 di gennaio prossimo. Perché artista straordinariamente ignoto ai più, è un personaggio i cui tratti di genialità emergono con chiarezza nel suo essere sgarbatamente fuori dal coro di quello che Andrea Emiliani chiama “umanesimo dolce dei bolognesi” e nella sfortunata vicenda critica che ha condannato per secoli la sua opera alla damnatio memoriae.

Per Carlo Cesare Malvasia (1678) Aspertini fu” uomo capriccioso e fantastico, che alla maniera di nissuno mai volle soggettarsi, studiando bensì da tutti, e le più belle cose nei suoi viaggi disegnando…” e tuttavia, a seguito del disapprovato giudizio del Vasari il ruolo di Aspertini fu ridotto a quello di un “capriccioso e bizzarro di cervello” e fu perciò relegato ai margini della storia dell’arte.
Solo nel 1930 l’intervento di Roberto Longhi seppe recuperarlo e diede forte stimolo allo studio di quello che ormai disgraziatamente era il modesto catalogo sopravvissuto al tempo.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo innanzitutto di tracciare il quadro storico della Bologna entro cui il giovane Aspertini muove i suoi primi passi in ambito artistico.
Non esiste saggio sulla Bologna rinascimentale che non inauguri la trattazione citando l’infelice esito della vicenda bentivolesca , quella disfatta di cui ormai da tempo si presagivano i segni nel malcontento del popolo.
Questo atteggiamento storiografico è senz’altro dovuto alla necessità si definire con precisione e immediatezza il termuns ante quem per le grandi opere pubbliche di Giovanni II Bentivoglio prima tra tutte la decorazione dell’ Oratorio di Santa Cecilia in strà San Donato (oggi via Zamboni) alla cui decorazione partecipò tra gli altri proprio Amico Aspertini amico personale del Gonfaloniere.
Ma quali erano state le cause del forte malcontento che spinse i bolognesi ad acclamare l’arrivo di Giulio II il papa guerriero come l’unica via d’uscita?
Gida Rossi definisce Giovanni II Bentivoglio come principe animato solo “dall’amore e dalla riconoscenza del popolo” e fu proprio così nei fatti: conquistati sudditi a suon di opere pubbliche, di grandiose feste e di gesti magnanimi (come la vendita del grano a metà prezzo in tempi di carestia) e accattivatesi le simpatie e le alleanze di molti principi d’Italia, fece si che il lustro della casa divenisse orgoglio per la città intera.
Poco importa se Bologna si macchiava delle cruente ritorsioni a congiure sventate (come quella dei Malvezzi del 1488) il popolo continuava ad amare quello spirito diplomatico, umanista e aperto che aveva arricchito la città di meravigliosi palazzi che le fonti ci narrano superassero in bellezza le ricche reggie dei Montefeltro ad Urbino e dei Medici a Firenze.
Ma maturarono rapidamente le sorti e non bastò a metterlo in ginocchio la minaccia del Valentino, ci si misero la carestia, i figli dal temperamento sanguigno, il furibondo temporale del 1504 ed i terremoti che devastarono Bologna tra il 1504 e il 1505 a vessare le finanze, ad aumentare le riscossioni e a creare il malcontento. E fu proprio a seguito di questi eventi che, percepito l’acre odore della rivolta, Giovanni si decise a dar mano a quel voto che ormai da troppo tempo rimandava commissionando la decorazione pittorica dell’Oratorio di Santa Cecilia.
I rapporti che stringevano Amico alla famiglia Bentivoglio dovevano esser tutt’altro che superficiali se i primi documenti che attestano la sua presenza in città nel 1504 di ritorno da Roma fanno menzione della nascita del primo figlio tenuto a battesimo da Antonio Galeazzo Bentivoglio, e se il fatto si ripete nel febbraio del 1506 quando padrino del suo secondogenito è Annibale Bentivoglio.
L’apprendistato romano a seguito del padre Giovanni Antonio impegnato nel 1496 nella decorazione dell’organo della Basilica di San Pietro, stimola in Amico l’interesse per l’arte classica, un interesse intelligente che si traduce in un lavoro di catalogazione e rielaborazione grafica di modelli non solo antichi, ma anche coevi come Filippino e Pinturicchio.
Da questo lavoro scaturisce una fittissima produzione grafica di altissimo livello che permette di cogliere l’evoluzione del suo stile, dai primi disegni a penna del Codice di Parma tutti caratterizzati dal tratto mancino, al più maturo taccuino di opere dall’antico conservato nel Castello di Wolfegg in Germania collocabile intorno al 1503. Questi taccuini costituiscono per Amico una meditazione sulle fonti e repertori figurativi e sono contraddistinti da un ductus che riflette la cultura bolognese coeva: alludo a Lorenzo Costa in quegli anni alle prese con sperimentazioni in bilico tra la cultura ferrarese e l’arrivo della novità peruginesca e al più anziano Marco Zoppo più vicino alla cultura padovana e quindi al Mantegna. Il raggiungimento di una marca personale si ha solo però nel Codice Wolfegg dove irrompono la drammaticità e la distorsione espressiva dei volti.

Sicuramente precedente al codice Wolfegg è il San Sebastiano di Washington, che risente fortissimamente del fascino peruginesco, ma che mostra uno stile acerbo nel fregio le cui figure sono irrigidite e bloccate in pose ancora quattrocentesche.
All’incirca intorno al 1501 la fama di Amico è già alta se può vantare una commissione al pari di Lorenzo Costa, Matteo da Milano e Perugino nel piccolo Libro d’Ore per Bonaparte Ghislieri.
Il piccolo breviario miniato costituisce uno straordinario esempio di collezionismo privato, in cui Amico dispiega un repertorio figurativo ormai maturo, l’Adorazione dei pastori rimanda a echi pinturicchieschi nell’iperdescrittivitità del paesaggio e ad allusioni nordiche negli zoccoli in primo piano che non possono non rimandare alla mente quelli del Matrimonio dei Coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck, ma il vero capolavoro è nella cornice su fondo nero che rimanda agli stucchi della Domus aurea e alla decorazione di Filippo Lippi in Santa Maria sopra Minerva a Roma riveduti in senso di vitale pienezza.
Amico Aspertini si dimostra poi abile intrattenitore di rapporti non solo con colleghi e committenti ma anche con le figure intellettuali del tempo e in particolare col poeta Diomede Guidalotti autore del Tyrocinio de le cose vulgari pubblicato a Bologna il 15aprile del 1504 opera cui Amico si riferisce nella Coeva Pala del Tirocinio per la Chiesa delle Acque oggi nella Pinacoteca Nazionale di Bologna.
I tempi sono maturi per la grande impresa dell’Oratorio di Santa Cecilia, qui Amico all’apice della sua fortuna viene tradizionalmente riconosciuto nei riquadri del Martirio e del Seppellimento dei Santi Valeriano e Triburzio, ma il suo intervento a livello ideale si coglie in tutto il ciclo, e lui, giovane tra i grandi, sugli stessi ponteggi di Francesco Francia e di Lorenzo Costa, non solo si dimostra all’altezza, ma primeggia determinando il suo influsso sulle personalità minori ravvisabili nei nomi di Chiodarolo e Tamaroccio. Qui come nota Lucco (1985) Aspertini si mostra “leader unificante dei fatti figurativi contemporanei”.

Molteplici i riferimenti primo tra tutti quello ad Albrecht Dürer, che giungerà a Bologna solo nel 1506, ma già ben noto grazie alla grande diffusione delle sue tavole incise presenti a Bologna al tempo presso la collezione di Marcantonio Raimondi. Il tutto innestato in un linguaggio fantasioso, personalissimo, fortemente espressivo e legato alla realtà che non disprezza il recupero di quelle colte citazioni antiche che avevano affascinato i suoi committenti.
Il 2 novembre 1506 giorno della cacciata dei Bentivoglio ad opera di Giulio II segna un momento significativo nella carriera di Amico, il quale si vede costretto a d allontanarsi nuovamente da Bologna e a dare nuova tappa al suo viaggio perenne per l’Italia, questa tappa sarà Lucca dove riceverà importanti commissioni per La Basilica di San Frediano.
Il soggiorno a Lucca non supera i due anni perché già nel 1508 è nuovamente documentato a Bologna dove fornisce la sua collaborazione come scultore per la fabbrica di San Petronio.
La Sacra Conversazione per La chiesa di San Martino Maggiore rappresenta, a mio avviso, uno dei capolavori di Amico. La Madonna assisa su un trono altissimo è circondata da Santa Lucia, Sant’Agostino e San Nicola ritratto nel momento in cui dona tre palle d’oro ad altrettante fanciulle povere straordinaria novità iconografica. In questa pala il disinteresse per il dolce stile classico dominante a Bologna e in tutta Italia raggiunge il culmine, le fanciulle pur vestite con abiti nobili denunciano la loro appartenenza al vivo della società, la composizione equilibrata è negata in un impulso nordico al disinteresse per la profondità spaziale e il colorire sembra risentire di una nuova conoscenza veneta, giorgionesca.
E tuttavia il culmine della straordinaria espressività di cui è capace Amico Aspertini è alle soglie del 1519 quando continuando al lunga partecipazione al Cantiere per la Basilica dei cittadini di Bologna, San Petronio, riceve dalla famiglia Marsili la commissione per una Pietà.
Il risultato è un’opera dalla spiazzante forza emotiva, caratterizzata da una terribilità espressiva che non si potrebbe immaginare altrove se non a Bologna, un’opera di un artista colto, che secondo D. Benati (1991), ha conosciuto la volta della Cappela Sistina svelata già dal 1514, e che ha fatto suoi i volumi e la plasticità dei corpi di Michelangelo.
Insomma quella di Amico Aspertini è la vicenda di un artista fuori dal coro, definito “rozzo” e “bizzarro” , che è rozzo e bizzarro per sua volontà, per una personale dedizione alla verità delle cose, per il suo linguaggio definito da Eugenio Riccomini “dialettale”.Nel momento in cui si riconosce nel dialetto, come del resto facciamo oggi, un nobile recupero culturale e una orgogliosa dichiarazione di appartenenza.
Bibliografia
.
G.Vasari, Le vite 1568, a cura di C.L. Ragghianti,II, Milano 1943
C.C. Malvasia, Felsina Pittrice, Bologna 1678
G. Rossi, Bologna nella storia,nell’arte e nel costume, Bologna 1925
R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934
D. Scaglietti, La Cappella di Santa Cecilia, in Temio di San Giacomo Maggiore in Bologna, Bologna 1867 R. Arcangeli, Natura ed espressione nell’arte bolognese e emiliana,Bo 1970 M. Lucco, “La cultura figurativa padana al tempo del Codice Hammer”,in Leonardo, il Codice Hammer e la mappa di Imola presentati da Carlo Pedretti 1985, pp.143-154
D. Benati, “Amico Aspertini”, attr., in La Pinacoteca Nazionale di Ferrara, Bologna 1992
M.Faietti, D.Scaglietti Kelescian, Amico Aspertini, Modena 1995
D. Scaglietti Kelescian, C. Albonico, M. Pigozzi, G. Sassu, A. Volpe, La Chiesa di Santa Cecilia in Bologna. Riscoperte e restauri, Bologna 2005
Mostra: Amico Aspertini. 1474-1552
Artista bizzarro nell’età di Dürer e Raffaello
Bologna Pinacoteca Nazionale 27 novembre 2008 11 gennaio 2009
www.amicoaspertini.it