Aligi Sassu
di - pubblicato il 25 Luglio, 2008 in Mostre
Al Palazzo Reale di Milano circa un’ottantina di dipinti di Aligi Sassu (Milano 1912 – Pollensa, Maiorca 2000) sono esposti fino al 7 settembre 2008.
La mostra “Aligi Sassu: dal mito alla realtà. Dipinti degli anni Trenta” è realizzata con la collaborazione della Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares di Lugano (dalla quale provengono la maggior parte dei dipinti) e lo Studio-Archivio Sassu di Milano.
Il percorso artistico della mostra racchiude la copiosa produzione di Sassu degli anni trenta, in cui egli nasce come artista. 
Il suo esordio fu senza dubbio precoce. Giovanissimo, appena quindicenne, partecipa alla “mostra per trentaquattro pittori futuristi” che si tiene alla Galleria Pesaro di Milano e l’anno successivo, invitato da Marinetti, espone due opera alla Biennale di Venezia, si accosta al futurismo, ma lo abbandona precocemente per cercare e creare un linguaggio personale che trova nella serie denominata “gli Uomini rossi”, la sua opera non solo più famosa ma forse anche la più bella.
Gli uomini ritratti sono semplici, nudi, quasi inermi, privi di gesta eroiche, con tratti spesso adolescenziali. Un ritorno alla natura, alle origini. Forte in questo il suo distacco dal pensiero fascista, determinante e presente in tutto le manifestazioni della vita quotidiana degli anni trenta.
Come meglio tratteggia Werner Spies nella sua introduzione del catalogo, edito da Skira e corredato da altri testi critici, tra cui quello di Giuseppe Bonini ideatore della mostra.
“Sassu appartiene a quella generazione di artisti che ha dovuto prendere posizione rispetto alle opere dei pionieri dell’arte moderna. Con la rappresentazione degli adolescenti nudi di Uomini rossi, Sassu, uscito da poco dalla pubertà, inaugura un motivo portante basato sul ricorso agli archetipi, alla ricerca dell’essenza dell’umanità. Il motivo denota un certo grado di coinvolgimento nel tentativo di interpretare e ritrovare la realtà. 
La materia elaborata dall’artista, in effetti, era costituita da immagini tratte da una quotidianità ben conosciuta, da situazioni che potremmo definire banali e di certo prive di eroicità e di gloria. E questo era già un’importante scelta di campo, in anni in cui il fascismo incitava i giovani all’odio, alla guerra e al culto “dell’uomo forte”
E piano piano, con il passare del tempo quegli uomini rossi nudi si vestono. E si vestono dei panni semplici della vita quotidiana; ciclisti, pugili, si ritrovano oziosi e indolenti nei caffè milanesi o parigini, vestiti in giacca e cravatta, nella continua oscillazione tra la realtà e il sogno. Che altro non era se non la rappresentazione della difficile condizione dei giovani della sua epoca a cavallo tra due guerre, tra paura e speranza.
Imperante nell’opera di Sassu è senza dubbio il “colore”, dirà Carrà nel 1930 “Sassu è il più colorato di tutti i suoi compagni e ciò spiega le sue origni sarde”.
Anche Sgarbi, sottolinea quanto il colore sia fondamentale nella sua opera. “Sassu cerca nell’arcaico antico, nudo, crudo, viscerale, la relazione vitalistica che lega la civiltà greco-romana, imperniata sul culto della natura, agli umori e alle passioni dell’uomo della civiltà industriale. 
Il grande medium di questo bagno rigeneratore nel 'puro originario', la cui manifesta fisicità non esclude, comunque, una profonda sostanza spirituale, è il colore, il rosso primario, simbolico, come il sangue, il sole, il fuoco, contrapponibile al nero della morte e del fascismo, tradotto pittoricamente in elemento irrealistico, anti-mimetico, tendenzialmente piatto, liquido, talvolta grumoso, ma dotato anche di spiccata forza grafica e strutturale.”
Ed è veramente forte l’impatto emotivo che le tonalità dei colori, non solo del rosso, riescono a dare, anche laddove gli sguardi dei personaggi sono assenti, persi nel vuoto e qualche volta marcati di tristezza.