Alberto Burri: La misura dell’equilibrio
di // pubblicato il 08 Settembre, 2007
E' sempre una gioia partire per Mamiamo di Traversetolo per vedere una mostra alla Fondazione Magnai Rocca e la spiegazione é semplice e sommatoria di tre elementi.
Il parco circostante la villa é così suggestivo da desiderare di perdersi, nella collezione permanente a ogni visitta appaiono particolari sfuggiti in prcedenza e la certezza che la nuova temporanea sarà di altissimo livello.
Non fa eccezioni la nuova iniziativa entrando d'imperio fra quelle da mettere immediatamente in agenda.
Fino al 2 dicembre 2007 un omaggio ad Alberto Burri con l'antologica intitolata: “BURRI opere 1949-1994. La misura dell’equilibrio”.
E' notissimo come il pensiero di Luigi Magnani, quella sera dell'aprile 1960, fosse di estremo compiacimento per avere acquisito un Sacco di Burri del 1954 e, nel contempo, se avesse “scandalizzato” Giorgio Morandi, in visita a Mamiano il giorno successivo, arrivando a valutare di togliertlo dalla parete per celarlo al pittore.
Il Sacco rimase al suo posto e Morandi, di fronte all’opera, si complimentò evidenziando, con grande sensibilità e senso critico, una caratteristica non ancora individuata fra quelle tributate al Maestro: il massimo rigore progettuale e spaziale.
Alla collezione permanente, l'anno successivo, Burri regalerà una piccola, stupenda, Combustione.
E da qui parte il percorso espositivo, emblematico, di tutta l’articolata storia artistica di Burri e le opere selezionate testimoniano il principio più volte ribadito dal Maestro: “il mio primo quadro è uguale all’ultimo” e collocate seguendo ancora un suo principio: nello spazio secondo un allestimento a esso relazionato.
Una mostra a cui dovreste abbandonarvi perchè possa entrare dentro regalando emozioni personalissime, ma tutte riconducibili a quella straordinaria innovazione, autentica e strabiliante.
Di fronte a opere interamente nere (è presente anche Grande nero cellotex M2 del 1975, appartenente alle collezioni del Centro Studi e Archivio della Comunicazione, Università degli Studi di Parma), é naturale chiedersi come possa aver fatto per riuscire in tutto ciò.
A coloro che non sono già stati a Città di Castello (dove la Fondazione espone opere diverse da quelle presenti nelle varie mostre allestite nel nondo) consiglio di visitarla senza interferenze e sollecitazioni , poi sedersi a leggere il saggio introduttivo di Bruno Corrà in catalogo (Silvana Editoriale) e la visione del film nella saletta a destra entrando.
Solo successivamente, una nuova visita.. e.. poi mi direte!
Continuando il racconto di quanto visto ieri, senza svelarvi troppo, i primi esperimenti sulla materia, le mescolanze di colore a olio e sabbia o pietra pomice o altri frammenti di minerali, tese a creare una miscela densa e spessa, che si raggruma sulla tela e rifiuta l’appiattimento sul supporto, ulteriore innovativa ricerca che darà origine alle serie celebri dei Gobbi (opere in cui strutture metalliche - a parte l’unico caso del primo “Gobbo” del 1950 con un ramo d’albero - premono dal retro sul tessuto della tela deformandola che, da supporto neutro e vincolante, diviene elemento attivo del processo creativo).
Ma é nei primi anni cinquanta che Burri inizia i Sacchi, presentati nelle numerose personali e collettive europese e statunitensi, a cui seguiranno, in ambito sperimentale, i Legni, le Combustioni, i Ferri.
Le Plastiche, invece, sono del decennio successivo, divevendo i materiali protagonisti delle sue opere, mentre della fine degli anni sessanta sono i Cretti (ottenuti con un impasto di caolino e vinavil).
Poi, dalla metà degli anni settanta, i Cellotex, pannelli di compressi lignei per uso industriale, variamente sfogliati e dipinti.
Oltre a Bruno Corà, la mostra é curata da Chiara Sarteanesi della Fondazione Burri e accosta alle opere di grande formato, altri elelementi particolari della produzione come libri d’artista in edizione limitata e le straordinarie miniature capaci di svelare l'equilibrio delle composizioni e della materia cromatica.
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