A Milano ceramiche dall’antico al contemporaneo
di // pubblicato il 22 Luglio, 2008
di Flavia Molinari
Penso (e egoisticamente spero) che capiti a tutti di sentirsi addosso tanta tristezza e una tale voglia di fare niente da strabiliare persino se stessi, eppoi per una ragione assolutamente impensata, si salta fuori da questo limbo risentendosi felicemente attivi.
Ecco, questo è quello che mi è successo e lo scacciapensieri che ha funzionato a dovere è stata la mostra “Faience. Cento anni del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza” talmente varia e interessante da risvegliare persino il mio spirito “ceramistico” facendomi ricredere sull’incapacità di percepire intorno a me tante cose gradevoli e essere capace di gustarle per arrivare alla semplice (ma utilissima!) serenità.

Questa mostra di splendide ceramiche è a Milano, nelle Sale Viscontee del Castello Sforzesco, ed è stata organizzata per festeggiare i 100 anni del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (MIC), proviene dalla Biblioteca della Camera dei Deputati, che si trova nel Palazzo del Seminario a Roma, e la si potrà vedere sino al 2 settembre 2008.
Jadranika Bentini, direttrice del MIC e curatrice dell’esposizione, ha scelto più di 140 opere con lo scopo di fare vedere al pubblico come l’arte fittile, espressione di qualsiasi periodo storico in tutto il mondo, si è evoluta con il trascorrere del tempo. Considerando i cambiamenti avvenuti dal cinquecento ai giorni nostri si può percepire il passaggio dalla produzione dei più svariati articoli d’uso comune in ceramica, a volte splendidi per la decorazione, alla creazione di oggetti artistici, insolitamente particolari e ancora utili, fino a fare diventare la ceramica un materiale esclusivo per esprimere i racconti degli artisti.

Credo sia il caso di chiarire cosa si intende quando si parla di ceramica perché molti usano questo termine per definire solo le terrecotte maiolicate, invece questa parola ha un significato molto più ampio in quanto serve a indicare tutto quanto è realizzato con argille magari mescolate a materiali chimici vari, naturali o industriali, che subiscono una cottura tra i 900°C. ed i 1450° C. Poi, secondo la temperatura di cottura e le caratteristiche dell’argilla si può ottenere terracotta (cotta a 900/980°), refrattari, semirefrattari e pirex ottenuti con argille speciali cotte tra i 1050° e i 1180°C. Infine ci sono le porcellane ottenute mescolando all’argilla il caolino (serve a alzare la temperatura per cuocerle e a renderle traslucide): sono cotte tra i 1250° e i 1430°C.
La terracotta diventa maiolica (da Maiorca, porto dal quale partivano le navi cariche di oggetti in ceramica) o “faience” (da Faenza la città italiana famosa sin dal Rinascimento per questa produzione) grazie alla sua copertura con smalti ceramici e decori che subiscono una seconda cottura (secondo fuoco) eseguita alla stessa temperatura del “primo fuoco”.

Quando si pensa alla ceramica, la si vede molto fragile e “rompibile”, senza ricordarsi che molti sono i reperti archeologici arrivati sino a noi anche se eseguiti con questo materiale: naturalmente sono solo terrecotte senza alcun rivestimento, magari rese ingegnosamente impermeabili strofinandoci sopra con forza anche solo una pietra! In Italia i più antichi ritrovamenti risalgono solo a circa il 2700 a C e gli interessanti e semplici decori sono eseguiti pressando le dita o altre cose sull’argilla ancora fresca, proprio per soddisfare lo spirito artistico del produttore e, naturalmente, del fruitore.
Sicuramente è un pochino noioso leggere queste note tecnicamente informative, ma credo sia meglio conoscere il più possibile di tutto.
Torniamo a bomba: la mostra che in questo momento è a Milano inizia in epoca rinascimentale ed arriva ai giorni nostri, declinando tutti i cambiamenti e celebrando la vivacità creativa dei ceramisti. Il simpatico calamaio del 1505 è in maiolica, è stato prodotto a Faenza e racconta “Il giudizio di Paride” caratterizzato da personaggi dall’aspetto abbastanza rigoroso ma attuale visto che sono vestiti alla moda con abiti dai colori allettanti.

Particolare per la sua forma è un Versatoio del 1550: ha la forma di un semplice crostaceo dentro al quale sono state dipinte delle “Divinità marine” che ci vengono incontro uscendo da un bel mare azzurro; la composizione è elegantemente incoronata dal supporto frastagliato. Naturalmente ci sono molti piatti decorati secondo le esigenze e le mode del periodo nel quale sono nati, quindi ci possono essere raffinate e complicate grottesche, oppure sono istoriati con figure dalle movenze leggiadre o, ancora, diventano il supporto per dipingere quadri, come se fossero delle tele (vedi la produzione di Franco Gentilini).
Nel novecento gli artisti usano sempre più spesso i prodotti ceramici in maniera molto personale per raccontare i loro sentimenti e, proprio per darne dei validi saggi, in mostra ci sono pezzi ideati da molti maestri del secolo scorso, dalle estrose creazioni di Picasso, al pannello “Fronte interno” che Guido Gambone ha realizzato nel 1942 con una decorazione dalle linee piuttosto rigide, tipica del periodo.
Come sempre mi stupiscono molto le opere di Fausto Melotti (Rovereto, Trento 1901 – Milano 1986): solo lui riesce a creare le sue sculture “tirando” l’argilla in fogli così sottili da dare l’impressione che si possano spaccare solo guardandole. L’eleganza e la raffinatezza sono una sua evidente prerogativa.
Alla fine delle sale dedicate alle faience è sistemata la personale di due ceramisti che si sono uniti in un sodalizio nel 1980. Nella mostra “Bertozzi & Casoni. Nulla è come appare. Forse” sono presenti le loro ultime creazioni, caratterizzate, come dice il titolo, dalla personale ironia nei confronti del mondo che li e ci circonda e dalla solita perfezione tecnica, che rasenta la pignoleria.

Sia Giampaolo Bertozzi (Borgo Tossignano, Bologna, 1957) che Stefano Dal Monte Casoni (Lugo di Romagna, Ravenna, 1961) credono che il mondo attorno a loro sia una vera e propria accozzaglia oggetti e sentimenti deperibili e vada, quindi, rappresentato con distaccato e corrosivo sarcasmo.
Franco Bertoni, curatore della mostra, scrive: “...nella produzione dell’opificio Bertozzi & Casoni, anche nei momenti di maggiore connivenza, ideale od operativa, con le tendenze emergenti è dato riscontrare un superiore, privilegiato interesse per gli aspetti meno discutibili del fare artistico contemporaneo: tra perfezionismo esecutivo e perentorietà di risultati tecnici e formali mai prima tentati o raggiunti”.
Le loro sculture sono un cocktail ben calibrato tra iperrealismo formale e surrealismo compositivo con l’intento di ricercare tra i rifiuti della società contemporanea, compresi quelli culturali, quanto la caducità del vivere influenzi tutto ciò che dovrebbe essere vitale.
Le loro “Sparecchiature” sono ormai un fare simbolico conosciuto in tutto il mondo e il ritrovare fra i rifiuti, i piatti sporchi e gli avanzi scombinati degli splendidi fiorii stranamente freschi e vivi, fa nascere il dubbio se così diventerà tutto (il concime alimenta e fortifica le piante) o se anche loro verranno macerati ed inghiottiti dal resto.
I cataloghi sono editi da Allemandi & C e contengono, oltre a tutte le immagini delle opere esposte, anche la storia e le schede tecniche di tutti i pezzi presenti in mostra e anche gli scritti critici dei curatori e di alcuni famosi studiosi.
Flavia Molinari
ingresso: gratuito
orario: da martedì a 9,30 / 17,30
lunedì chiuso