A Milano ‘La bella estate 2008’

di Amici in Visita - pubblicato il 08 Agosto, 2008 in Pluritematici

di Flavia Molinari


L’eredità lasciata dal colto, ma a volte poco simpatico, Vittorio Sgarbi a Milano è una quantità di mostre, riguardanti argomenti e interessi diversi, che riempiono molti degli spazi pubblici esistenti in città. Questa è la maniera per fare sì che i numerosi turisti e gli stessi cittadini milanesi possano avere a disposizione, nelle lunghe giornate estive, qualcosa che li interessi soddisfacendo la voglia di conoscere qualcosa di più sicuramente presente in ogni persona.

Le esposizioni aperte per La bella estate di Milano sono addirittura quindici e di qualcuna si è già parlato (le Ceramiche del MIC di Faenza e di Bertozzi & Casoni uscito il 21 luglio, Corrente il 31 luglio, Sassu il 25 luglio e i Beatles il 6 agosto): adesso mi fa piacere fare una breve e, spero, incuriosente relazione di altre quattro, molto differenti tra loro.

Per esempio nel Palazzo Reale è aperta anche “Antonio Ligabue. L’arte difficile di un pittore senza regole”, una ampissima mostra antologica (ci sono più di 250 opere) visibile sino al 26 ottobre 2008 e curata da Augusto Agosta Tota, il quale è riuscito a trovare ben quindici oli inediti.

Penso sia molto interessante soprattutto per gli oltre 45 autoritratti che raccontano un uomo dall’occhio pesantemente affossato, anzi addirittura scopertamente attonito, una indagine sempre profondamente intensa e parlante della grottesca goffaggine con la quale, probabilmente; Antonio Ligabue (1899 – 1965) si sentiva impastato.
Pascal Bonafoux spiega nel catalogo, edito da Franco Maria Ricci: “Le implicazioni di un autoritratto del XX secolo non sono più (forse) come quelle di un ritratto. Un ritratto è una vanità che posa davanti a un’ambizione, e l’ambizione (del pittore) deve piegarsi a fare concessioni alla vanità (del modello)… La regola del gioco è chiara e immutabile: la ragion d’essere di un ritratto è che il modello deve essere riconoscibile. Un autoritratto, invece, rappresenta un’inquietudine consapevole del fatto che la sola realtà di un artista è la sua opera. Il pittore vuole che la sua opera sia riconosciuta perché essa, dopo la sua morte, è la sua unica vita”.
Naturalmente questa ostinazione di Ligabue nel volersi continuamente riprendere, realizzando una specie di diario maniacale, sembra essere una maniera di spiegare ai pochissimi amici e alle persone che apprezzavano le sue creazioni quanto lui si sentisse lontano, appartenente a un mondo fantastico dove la natura è grandiosa e incombente.
L’altro argomento trattato in moltissimi dipinti è quello degli animali, ripresi quasi sempre in atteggiamenti drammatici, con zanne spesso rivolte verso lo spettatore. Anche questo può essere considerato il diario di un uomo vissuto ostinatamente nella solitudine, da selvaggio, con una maniera di percepire il mondo non molto entusiasmante e neppure semplice.

“Ligabue, isolato, enigmatico, posto quasi al di fuori del consorzio civile, fagotto irsuto di paglia nel bosco, mascherato con una divisa consunta, senza forma prima che senza onore. Tutta la sua leggenda ruota attorno a questa sua diversità non accettata dagli altri, scontata e pagata con una solitudine popolata di incubi, ma anche riscattata con la genialità della sua pittura” questo è quello che scrive Marzio Dell’Acqua.
Devo dire la verità, a me le opere di Ligabue non hanno mai detto molto, non perché semplici, naif ma a causa della sua continua negazione di quel qualcosa di più sempre presente nella vita di tutto, al di là della violenza senza speranza e non sostenuta da un sentimento filosofico importante.
La fama raggiunta dal pittore è spiegata così da Vittorio Sgarbi: “Ligabue era il genio rustico, il contadino padano che certa classe intellettuale “neorealistica” e “di Sinistra” (si pensi a figure esemplari come Mazzacurati e Zavattini) eleggeva a proprio esempio in nome di una precisa ideologia e della riscoperta della cultura popolare italiana”.

Sempre a Palazzo Reale si può visitare “Piero Guccione. Opere 1963 / 2008”, mostra progettata da Vittorio Sgarbi e sponsorizzata da Finante e da Torcular: le sue quasi 80 opere sono visibili sino a tutto il 21 settembre 2008 e nel catalogo edito da Skira.

Piero Gruccione (Scicli, Ragusa, 1935) inizia a lavorare per alcune missioni archeologiche nel Sahara e rimane colpito dalla liricità e dalla essenzialità del deserto. Diventa in breve tempo un importante rappresentante del movimento “Nuova figurazione” e si distingue per le sue esperte qualità tecniche.
I quadri in mostra percorrono tutta la sua carriera e sono magistralmente eseguiti con le tecniche da lui preferite: l’olio su tela e il pastello su carta. La sua eccezionale capacità tecnica è unita alla visione di paesaggi e oggetti dipinti con tagli insoliti e particolari, tali da rendere i suoi quadri interessanti.
Il tema dominante di Gruccione è quello della natura che dovrebbe consegnare al pubblico una visione eternamente mediterranea e dall’aspetto mitico, per poi permettere il passaggio dallo stato di contemplazione al sentimento dell’assoluto.
Di se stesso l’artista racconta: “Le mie scelte sono quasi sempre dettate dall’istinto, prodotte dall’immaginazione con le più strane e disparate associazioni, senza alcun vincolo se non per il rigore della forma e dell’esecuzione”.

A mio giudizio sono davvero interessanti i quadri della serie “Mari”, caratterizzati da splendide e variegate profondità azzurre, un evidente omaggio all’assoluto sempre inconsciamente capriccioso dell’acqua e, in maniera particolare, del mare apparentemente calmo.

Chi è interessato alla fotografia che documenta come era la vita soprattutto newyorkese tra il 1935 e il 1955 può andare nella vicina piazza Mercanti dove, dentro le storiche sale del Palazzo della Ragione, sono esposte quasi 100 foto per la mostra “Unknown Weegee. Cronache americane”.
Questo fotografo è stato il primo a immortalare le persone presenti agli eventi particolari, un incidente, gli avvenimenti causati dalle tensioni razziali o dai problemi economici, un incendio, il razionamento dovuto alla guerra. Si è comportato da fotoreporter che riesce fare conoscere le reazioni di chi assiste, non quelle dei protagonisti di una qualsiasi situazione da lui vista.
Weegee in realtà si chiamava Arthur Fellig (Lamberg, Austria ora Ucraina 1899 – New York 1968) arriva a New York nel 1910, a quattordici anni lascia la scuola per lavorare e riesce a diventare prima assistente di camera oscura e poi fotogiornalista free lance (1936).
Le sue fotografie sono così apprezzate da diventare il primo cittadino newyorkese che ottiene di installare nella sua auto privata il sistema radio del Dipartimento di Polizia: è il 1938. Oltre alla radio monta in macchina anche una speciale camera oscura che gli consente di sviluppare subito ciò che ha ripreso e di dare velocemente, ai numerosi giornali con i quali lavora, la testimonianza di ciò che lo ha interessato.
Se si pensa che la sua prima mostra personale risale al 1941 e ha il titolo “Weegee: Murder is My Business” si capisce lo spirito con il quale affrontava il mondo che lo circondava. La sua fotografia è davvero la testimonianza di attimi fuggenti spesso creati da morte e distruzione.
Come uomo è stato sempre un forte sostenitore della libertà ed ha combattuto ogni forma di discriminazione e di oppressione, tanto da pubblicare molte delle sue fotografie sul quotidiano “libero” PM.
Il copioso catalogo, edito da ICP/Steidel, è interessante da consultare perché è la testimonianza di tutta una vita dedicata al fotogiornalismo ante litteram.

Ed ora una passeggiata sino alla Rotonda di via Befana dove l’esposizione “Conrad Marca-Relli. Protagonista dell’Espressionismo Astratto Americano” dà la possibilità di conoscere questo artista americano, che è stato un trascinante innovatore della pittura del suo paese, ancora legata, negli anni cinquanta, all’Ecole de Paris.
Per lui, e per tutto il gruppo, diventa importante esprimere l’inconscio presente nell’artista facendolo apparire sulle tele grazie a una azione svolta quasi in maniera automatica, quindi inconsapevole.

Corrado Marcarelli (Boston 1913 – Parma 2000) è figlio di immigrati italiani e decide di americanizzare il suo nome solo negli anni cinquanta. E’ sua l’interessante idea di fondare a New York insieme a altri artisti (è il 1949), quali Willem de Kooming, Franz Kline e Mark Rothko, il Club of Eight Srteet, dove ogni mercoledì si riunivano per discutere, proporre idee e criticare le opere realizzate dai partecipanti al numeroso e variegato gruppo.
Risale al 1951 l’idea di fare una mostra, il famoso Ninth Street Show, oggi considerata la partenza ufficiale dell’Espressionismo Astratto. Il successo fu travolgente e rese famosi i numerosi partecipanti quali Guston, Hofman, Motherwell e Pollock.
Marca-Relli ha sempre considerato la figura come l’origine della creazione astratta, quindi nelle sue opere il figurativo e l’astrazione sono sempre sposati in maniera calibrata.
Sono molto importanti, nel suo curriculum, i quadri creati con i collage e nati per la necessità obiettiva di riuscire a creare pur non avendo a disposizione dei colori. Siamo nel 1952, in Messico, a San Miguel, dove lui apre uno studio e decide di trasportare sulle tele la stupefacente architettura bianca e “cubista” del paese usando il collage perché non ha altro materiale da potere usare.
Questa tecnica lo affascina profondamente, tanto da diventare per la prima volta nella storia dell’arte moderna, grazie a lui, un sistema pittorico completo e intensamente espressivo.
Questa mostra à aperta sino al 28 settembre e penso sia utile sapere che per lunedì 22 settembre è stata organizzata la conferenza “ Conrad Marca-Relli e l’Espressionismo Astratto Americano tenuta da David Anfan, Bruno Corà e Luigi Sansone. Il catalogo che l’accompagna, dell’Editore Bruno Alfieri, è un vero testo biografico, con schede ragionate e moltissime tavole a colori, oltre alle altre 900 illustrazioni.

Tutto sommato vale la pena di organizzare una gita informativa culturale, curiosa e simpaticamente diversa a Milano.

Flavia Molinari

Copyright immagini mostra “Unknown Weegee. Cronache americane”

-  Weegee Some of the Players, ca. 1945 Gelatin silver print 8 3/8 x 6 1/2 inches
   © Weegee/ International Center of Photography [14024.1993]
- Weegee [Heartbreak Pillow], ca. 1945 Gelatin silver print 8 3/4 x 7 1/4 inches
   © Weegee/ International Center of Photography [17950.1993]

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