A Bon Droyt: spade di uomini liberi, cavalieri e santi
di // pubblicato il 24 Dicembre, 2007
"A bon droyt"? é l'epigrafe della mostra che arriva a Firenze dopo il successo riscosso al MAR di Aosta.
Tale motto, fu coniato da Francesco Petrarca?per?i?Visconti e, certamente, non avrà immaginato?né?la sua esistenza sul cartiglio del mazzo di tarocchi di Bonifacio Bembo (legano tra loro, in fasci, i semi di spade e di bastoni) né che avrebbe ispirato la prima esposizione dedicata esclusivamente alla comprensione del valore simbolico e sociale della spada nel Medioevo e nel primo Rinascimento.
Fra le note ufficiali si legge come si sia trattato?di una scelta consapevolmente provocatoria perché l'esposizione cerca di analizzare come la spada, oggetto simbolo della cavalleria cristiana, rimase cristallizzata nella sua forma sino al Rinascimento maturo dando poi il modello per la Spada di Stato e lo strumento dell?esecuzione della giustizia che mantennero tale forma idealizzata sino alla rivoluzione francese ed oltre.
L?idea, che concettualmente lega l?equazione religione-spada, ancorché impropria, non è esclusivo appannaggio dell?Occidente, ma anche dell?Islam e dell?intero continente eurasiatico.
Riflettere sul come si sia generato questo binomio e come sia poi divenuto patrimonio culturale condiviso dell?umanità può forse essere utile per ritrovare le ragioni di fondo di alcune idee guida della civiltà; ragioni che forse andrebbero rilette oggi nelle loro più genuine componenti storiche per enuclearne valori universali.
Curata da Mario Scalini, fino al 27 aprile 2008, nella straordinaria cornice della Chiesa di Orsanmichele, potrete ammirare alcuni?tra gli esemplari più belli e?meglio conservati,?provenienti da musei di Francia, Germania, Belgio, e da molte regioni d'Italia,?testimoniano?fogge e decori dell'intera Europa: dalla Scandinavia alla Spagna, dalla Polonia alle isole britanniche, sono state riunite scegliendole tra le meglio documentate e di indiscutibile antichita.
Se i grandi musei si vantano, a ragione, di possedere anche un solo esemplare di sicura appartenenza, troverete riunite?armi appartenute a Re Renato d'Angio', compagno d'arme di Giovanna d'Arco (la cui effigie compare sulla sua arma per la prima volta in assoluto), a Ludovico il Moro, al Gonfaloniere della Repubblica Fiorentina Giovanni de' Medici, a Estorre Visconti, a Bonarroto Bonarroti.
Non?si tratta di una mostra semplice perché richiede?preventiva preparazione se?la si vuole leggere nel suo straordinario complesso, ma anche i ragazzi potranno cogliere aspetti più elentari come il mutare delle forme delle spade.
Storicamente, già?dal primo secolo si era diffusa quella che? é?propriamente la 'spatha' (le cui origini restano ancora da definire), mentre,?in eta' carolingia sulle lame appaiono le prime vistose iscrizioni (rintracciabili anche?armi piu' antiche con supposte marche che indicherebbero officine specializzate per la produzione di?sole lame, constatando come tali?segni appaiono anche sui codoli, destinati a essere nascosti dalle impugnature).
Una delle più note e?ricorrenti iscrizioni é:?ULFBERT, solitamente?su lame massicce, atte all'uso di fendente e per di piu' caratterizzate da uno sguscio centrale a margini significativamente alti.
Il pregio venale della panoplia? é esasperatamente messo in luce nella chanson de geste, dove ricorrono gemmature degli elmi e delle spade, con una profusione d'oro che ricorda quella dei reliquiari contemporanei?e documentate nelle sepolture (come?risulta dal rinvenimento di?gioielli franchi).
Una fra le?spade medievali d'Italia più note é?quella?infissa nella roccia presso l'oratorio di Monte Siepi a Chiusdino, vicino?Siena, frutto della reminescenza arturiana nella penisola e della devozione?che l'ha legata alla figura del santo locale Galgano Guidotti (1148-1180).
Vi assicuro che si tratta di un percorso affascinante che può "appiccicare" alle vetrine come é accaduto a me per la smisurata ampiezza di approfondimenti storici e religiosi, ma anche per le curiosità tipo la diversità dell'arma di?un mancino.
La?spada si propone?anche come strumento di giustizia, perché pone in primo piano?chi la possiede e il?concetto di 'buon diritto' non é?tanto un concetto legale quanto etico, e gli scontri, nei romanzi cavallereschi, sono di fatto ristretti ai cavalieri, quasi non sussistesse nel mondo alcuna necessita' bellica e l'universo fosse gia' pacificato, ma necessitasse piuttosto della riaffermazione dei principi di condotta individuale consoni alla morale gentilizia e cavalleresca.
Principi tanto alti ed astratti da estrinsecarsi di fatto nella gentilezza dei modi e in una sensibilità esasperata?per le maniere.
La Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini, fa notare anche: "Ospitare questa manifestazione In Orsanmichele, 'tempio' delle arti fiorentine, é motivo di soddisfazione per varie ragioni:. Prima di tutto per la particolarità del luogo, che dopo lungo tempo torna visibile al pubblico: nella sala espositiva sono da tempo ricoverate le splendide statue che ornavano le nicchie all'esterno di Orsanmichele e che, restaurate, sono state ricoverate all'interno per preservarle al meglio come antologia statuaria fiorentina tra gotico e pieno Rinascimento. Inoltre, tra le nicchie dedicate ai santi protettori delle arti figura com'è noto quella dei 'Corazzi e Spadai', per la quale il giovane Donatello creò il marmoreo San Giorgio: un capolavoro insuperato che fa da fulcro del salone a lui dedicato al Museo Nazionale del Bargello, dove fu portato nel XIX secolo.
Nessun luogo di Firenze e forse dell'intera penisola poteva essere sede più appropriata per mostrare le spade forgiate nella città del Giglio (...)"
La spada quale simbolo di?misura come ribadisce il?curatore Mario Scalini: "La spada, nel definirsi della sua forma è simbolo di giustizia ed equità, ancor prima che segno della croce cristiana come codificò Raimondo Lullo nell?ultimo quarto del Duecento Sin dall?età del Bronzo quest?arma fu rimando alla ricchezza e alla potenza assai più che al potere e come tale venne riconosciuta da tutte le culture antiche. Più che un?arma essa fu segno della forza d?animo e della determinazione del diritto, per questo divenne un simbolo codificato nell?Occidente impegnato a difendere il proprio diritto a esistere e a seguire la propria via, autonomamente, come qualsiasi altra cultura sotto il cielo. Mi auguro che questo stimolo possa contribuire agli studi, rendendo esplicito come l?evidenza materiale sottenda spesso valori e messaggi più complessi di quanto la sintetica informazione quotidiana possa trasmettere in una società dai tempi tanto più contratti di quelli di chi ci ha preceduto. (...)".
Spero di essere riuscita a incuriosirvi con questi spunti di riflessione, ma,?ripeto, ci sono infiniti aspetti di cui non vi ho neppure accennato?per lasciare intatto il piacere della scoperta.
L'ingresso alla mostra?e al museo di Orsanmichele é gratuito, ma richiede la prenotazione obbligatoria da effettuarsi alla biglietteria. Le visite sono possibili fino a un massimo di 25 persone a fascia oraria di sessanta minuti cadauna dalle 10.00 alle 14.00. Chiuso domenica e festivi.
Per le scuole o visite di gruppoi: cacciabardini@polomuseale.firenze.it
Ritenendola cosa gradita, al posto delle semplici didascalie?immagini (che non possono tecnicamente rendere la loro bellezza), di seguito le note del Prof.?Mario?Scalini e le?sette foto pubblicate, gentilmente concesse a esclusiva integrazione del presente articolo, seguono la cronologia tracciata?dal Cuaratore che ci spiega:
"Alcuni dei pezzi di spicco della esposizione (ma si sono intenzionalmente scelti quelli facenti parte del patrimonio storico artistico italiano per dar meglio ragione della ricchezza del retaggio che ci è stato consegnato e di cui le istituzioni sono responsabili nei confronti dei cittadini), intendono agevolare l?approccio a queste opere, oggi poco familiari ai più e talora guardate con indifferenza se non con sospetto persino dagli addetti alla tutela ed alla ricerca storica e scientifica. Se la guerra e comunque l?apparato simbolico che la permeava, fornendone una giustificazione sia giuridica che morale funzionale alle necessità dei tempi, appare oggi come un fatto distante malgrado lo stato endemico di belligeranza che esiste nel mondo, prendere consapevolezza di ciò che i nostri predecessori ebbero a guida del loro comportamento etico, può anche invitare a riflessioni che siano meno astratte ed astoriche di quelle che capita di sentir proporre in ambiti anche colti. Naturalmente per un quadro più articolato della esposizione è necessario rifarsi al catalogo della mostra (che include anche opere che per ragioni di conservazione o logistiche non è stato possibile presentare in Orsanmichele).?
Maestro spadaio dell?Europa settentrionale Spada circa 800-900 acciaio Roma, Palazzo Venezia (già collezione Odescalchi), inv. n. 668 T
rovata nel 1990 a Lockwood nell?Essex insieme ai resti di un battello oggi conservato al London Museum, quest?arma rispecchia una tipologia ritenuta vichinga e frequentemente attestata in Norvegia come nelle isole britanniche ove se ne conoscono solo una decina. Per lo più decorate a listelli verticali d?argento, inseriti con una tecnica non dissimile a quella delle fibule ed ornamenti in ferro longobardi (probabilmente una via di mezzo tra l?agemina, ossia l?incasso in uno scavo a freddo, per martellatura, ed un sistema di rivestimento a caldo con rimozione successiva delle parti ritenute superflue), queste spade hanno le lame di non eccessivo pregio e talora ad un solo tagliente, cosa che non ne indica certo una origine aristocratica e sopra tutto non le rende partecipi del sistema simbolico classico, cristiano e mediterraneo che nella spada a doppio tagliente legge anche il segno dell?esercizio equo della giustizia. Il nostro esemplare mostra un decoro in metallo più morbido (forse rame od argento fortemente ossidato) purtroppo difficile a leggersi oggi ma che ne mostra una ascendenza illustre pur nei limiti sopra espressi.?
Maestro spadaio ignoto Spada Italia (?), circa 1175-1200 acciaio Padova, Soprintendenza Archeologica del Veneto, inv. n. IG 321118
Si tratta di una delle spade più peculiari della mostra. Unica la forma del pomo faccettato e quasi piramidale, ma con appiattimenti discoidi sulle facce principali. Lo straordinario stato di conservazione è dovuto al suo ritrovamento in un canale (il Bacchiglione, presso Padova) ove il limo ha praticamente sigillato il manufatto metallico. La lama è a fili paralleli e sguscio al medio, recante figure e lettere, queste, capitali e non, a seguire una croce potenziata, separate tra loro da terne di punti in verticale: + H R FA T E X F h V S C? Questa iscrizione, come altre, ageminate in metallo bianco, su armi del dodicesimo secolo, sono quasi sicuramente composte con iniziali di invocazioni devote, in qualche caso adottate come marca dallo spadaio. La parte sensazionale, anche dal punto di vista storico artistico, dell?agemina, è comunque costituita dalla stilizzazione di un edificio sacro con portale a doppio archivolto, fiancheggiato da due esili torri o contrafforti, sormontati da cupole su cui sta un globo crociato; il corpo dell?edificio è costituito da una sorta di torre cilindrica a pareti concave e coperta da pseudocupola con pinnacolo e ulteriore orbe crociato al sommo. Si tratta di una sorta di vista ?a volo d?uccello?, estremamente innovativa che ha ben pochi riscontri anche nelle miniature dei codici (arte guida del tempo) a testimonianza del fatto che l?arma fu eseguita per un personaggio di altissimo lignaggio e grande cultura, in grado non solo di apprezzare, ma di richiedere un tal servigio, come potrebbe esser stato un vescovo od un alto dignitario imperiale. Nel complesso si tratta di un?arma di grande importanza, se non la più importante d?Italia tra quelle medievali, che va inquadrata pensando che, alla data in cui fu realizzata, la pittura in Italia muoveva a stento i primi passi.
Maestro francese (?) Resti d?una spada di stocco (o di daga ?) Parigi (?), circa 1300 acciaio, rame dorato Museo Nazionale del Bargello, inv. Ressman n. 111 Questa impugnatura (la lama è una arbitraria sostituzione ottocentesca) fu pensata per uno stocco, ossia per una arma bianca lunga dalla lama piuttosto sottile ed in grado anche di penetrare tra i ?fessi? delle placche delle prime corazzature. Secondo una possibile interpretazione, che la identifica come la parte sommatile di un ?bordone? (bastone da pellegrino) da cavaliere templare, questa è a tutt?oggi l?unico oggetto sicuramente riferibile a quell?ordine, insieme ad una lastra tombale, che si trova a Fontevivo, presso Parma, in cui compare tal Guido Pallavicino (m. 1301), che secondo varie fonti e per ragioni iconografiche complesse, avrebbe fatto parte dell?ordine. A quanto pare, in molti casi, al posto del crescente (mezzaluna con i corni rivolti verso l?alto, dal complesso valore simbolico e non necessariamente islamico, come si capisce anche dai monogrammi cristologici che qui compaiono, e anzi allusivi alla resurrezione), al sommo del bordone, si poteva trovare un pomo a disco od a ?mozzo?, come quello che fu poi inserito nella stauroteca di Rieti (in mostra). Tale ornamento (di fatto improbabile per una spada vera e propria per ovvi motivi di fragilità) torna su molti reliquiari analoghi (con schegge della vera croce) realizzati in tutta Europa prima del 1314 (esempi a Lisbona, a Praga, in Inghilterra etc.). Per lo più in cristallo di rocca, a simboleggiare la purezza, questi pomi sono identici e coevi tra loro; solo raramente sono in diaspro color sangue e in un caso almeno mostrano inciso l??Agnus Dei?; essi dovevano svettare sulle aste di questi ?bastoni?, come segno di potere ed autorità, come il tau (T) degli abati od il ricciolo dei pastorali episcopali.?
Maestro spadaio fiorentino Spada Firenze, circa 1350 acciaio Cerreto Guidi (Firenze), Museo Storico della Caccia e del Territorio, inv. Bardini n. 1300
La spada ha proporzioni e caratteri formali che la pongono nello stesso ambito di quella del Gonfaloniere di Giustizia Giovanni de? Medici (m. 1353), rinvenuta in Santa Reparata, la cattedrale precedente all?odierno Duomo di Firenze. Come noto la città ebbe una importante arte dei Corazzai e Spadai, quella stessa che, nella chiesa patronata dalle Arti fiorentine, Orsanmichele, commissionò a Donatello la figura di San Giorgio, proprio protettore (ora al Museo Nazionale del Bargello), a segnare il potere raggiunto. Padroni di una tecnologia sofisticata, ed evidentemente apprezzata in tutto l?Occidente (una spada praticamente identica e della stesso maestro, come dimostrano le marche che porta, si conserva al Museo Militare di Sofia), i fiorentini non si arricchirono solo attraverso il commercio dei tessuti serici ed ancor delle lane prima, ma posero le basi, anche formali, di tipologie d?oggetti d?uso, poi largamente diffuse. Non può infatti sfuggire la stretta aderenza mimica alla forma della croce che l?arma propone, ne? la scelta di evidenziare la parte del pomo come se si trattasse della aureola del Crocifisso. Non si dimentichi, infatti che, per tradizione, il pomo accoglieva, nelle spade degli eroi della Cristianità, reliquie di grande importanza. Basti pensare alla ?Gioiosa?, la spada di Carlo Magno, che tra l?altro includeva nel pomo parti della lancia di Longino, mentre nella ?Durindarda? o ?Durlindana? di Orlando si conservano: un dente di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di Saint Denis e persino un lembo della veste della Vergine.
Ignoto spadaio Stocco di Bonarroto Bonarroti Firenze (?), circa 1392 acciaio Firenze, Museo di Casa Buonarroti
Nel pomo a pera rovescia sono incassati due scudetti d?argento con l?arme di Popolo e dei Bonarroti (d?azzurro alla bada in divisa d?oro). 
L?impugnatura che è stata rinnovata nel Cinquecento ma l?arma è nel complesso assolutamente perfetta come conservazione e porta in agemina, sulla lama, la lettere I ed S dello ?spadaio? o ?coltellinaio? che la forgiò. Bonarroto divenne capitano di Parte Guelfa nel 1392 e con ogni probabilità l?arma è fiorentina anche per quanto riguarda la lama; le marche erano ?ereditarie? ma passavano anche da maestro ad allievo nell?ambito della stessa bottega, non sempre dunque rispecchiano le iniziali dell?artefice. A differenza dell?esemplare milanese di Estorre Visconti, anche esso incluso nel catalogo, (milanese è pure il pomo dello stocchetto di Piero de? Medici qui esposto), il pezzo fiorentino si precisa per la sua saldezza formale e per la splendida finitura funzionale che, pur essendo riservata ad un oggetto che con ogni probabilità non sarebbe mai stato usato realmente, ricerca un raro equilibrio fra carattere estetico e simbolico (evidente per me il rimando architettonico alla cupola fiorentina) che fa ipotizzare una genesi locale di questa peculiare soluzione geometrizzata.?
Maestro francese o napoletano Spada di stocco da caccia probabilmente di Re Renato d?Angiò (1409-1480) 1470-1475 acciaio, rame dorato Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. Carrand n. 1669
Si tratta di una ?spada? assolutamente unica, un tempo interamente dorata, impugnabile ad una mano e mezza con funzione di spiedo da caccia, dal quadrello sgusciato su cui appaiono cacciatori che suonando il corno inseguono cervi, cinghiali, lepri ed unicorni. La cuspide a foglia d?olivo è costolata in mezzeria e dotata di due arresti ad aletta, a molla; la marca, poco leggibile ed ageminata in rame, figura quattro volte con un crescente. Il fornimento a rami rivolti in senso opposto, fa s sul piano ortogonale alla lama e terminano in fiordalisi, la stessa finitura appare alle due cappette della crociera. Sui rami figurano cani che inseguono cervi, cinghiali ed uri mentre su ogni cappetta sta un angelo tenente le armi di Francia. Il codolo piatto è a vista perché manca l?impugnatura. Il pomo di foggia troncopiramidale rovescia ha sezione esagona ed è sormontato da una stella a sei punte iscritta in un tortiglione; vi compaiono incise le conchiglie di san Giacomo del collare dell?ordine di San Michele con fiordalisi e le figure della Vergine col Bambino, santa Barbara, san Michele, san Giorgio e san Sebastiano. Sul pomo figura anche, per la prima volta nell?iconografia, Giovanna d?Arco. Era stato Carlo VI (1403-1461) che aveva fronteggiato gli inglesi con l?aiuto della ?Pulzella? e Luigi XI (1423-1482), suo figlio e successore aveva stabilizzato il regno e riportato al pace alla fine dei cent?anni di lotte con i sovrani di oltre Manica. Al fianco di entrambi si era sempre portato con grande dignità ed eroismo militare Renato d?Angiò (1409-1480), re di Napoli e Sicilia, duca di Guisa e Lorena, d?Angiò e Provenza, conte di Gerusalemme (Aix en Provence 1981), che ricevette il collare dell?Ordine di San Michele il 14 luglio del 1471 (ordine fondato da Luigi XI il primo agosto del 1469). L?eroina francese fu, di fatto, canonizzata solo nel 1920 e dunque non dovrebbe essere proposta con l?aureola, nondimeno ma la sua fortuna iconografica come Santa nella sua terra seguì altre vie. La nostra spada è dunque una testimonianza assolutamente eccezionale, che può trovare spiegazione della sua originalità nel fatto che il re di Napoli certo conobbe personalmente ?la Pulzella? essendo impegnato al suo fianco al tempo della liberazione di Orléans e dell?assedio di Parigi (1429). Al tempo dell?esecuzione di quest?arma René era in Provenza e avanti negli anni, cosa che ben si accorda con un?arma esclusivamente venatoria per la caccia che tanto amava, mentre il crescente che si vede sulla lama, allude all?ordine omonimo, sotto la protezione di San Maurizio, che René aveva fondato nel 1448 e comprendeva cinquanta eletti cavalieri, a somiglianza di quello ?della luna? di Carlo I d?Angiò, fondato nel 1268 dopo la battaglia vittoriosa contro Corradino e col motto ?Donnec impleat orbem?.?
'Moderno', Galeazzo Mondella (Verona 1467, morto ante 5 maggio 1528) Resti della spada d'onore di Francesco Gonzaga Marchese di Mantova (1466-1519) Mantova, circa 1495 bronzo e acciaio (porzione di lama moderna) Cerreto Guidi (Firenze), Museo Storico della Caccia e del Territorio, inv. Bardini nn. 3026, 3949, 5727, 8855.
L'importante resto è stato ricomposto filologicamente riunendo alcuni elementi rinvenuti in diversi luoghi del Palazzo Mozzi Bardini e della villa abitata dall?antiquario Stefano Bardini e poi da suo figlio Ugo in Costa de? Magnoli a Firenze. Esempio tra i più significativi dei rapporti strettissimi tra oggetti d?uso e arte plastica, riscontrabile nel Rinascimento, quest?impugnatura testimonia al suo apice la preziosità dell?arte di corte, malgrado le pesanti depauperazioni cui è stata sottoposta. L?autore è identificabile con Galeazzo Mondella (att. 1485-1527), che fu senza dubbio a Roma verso il 1507, dove conobbe alcune importanti statue antiche, tra le quali il Laocoonte, come attestano le uniche due sue opere note in argento. Da quell'anno infatti il suo stile mostra un più marcato classicismo, che mantiene anche dopo il suo certo rientro a Verona nel 1516. Simile alla spada di Cesare Borgia, oggi in casa Caetani a Roma, e fatta per il matrimonio con Carlotta d'Albret nel 1499, quest?arma è l?unica appartenuta ad uno dei personaggi chiave dell?umanesimo delle corti, che si sia conservata in mano statale. Che essa sia appartenuta ad un Gonzaga lo attestano le aquile araldiche sul pomo e sull?impugnatura, ormai priva degli scudetti ovati in cui stava indubitabilmente a smalto su argento, o su oro, l?arme della casta o l?impresa del proprietario. Il moncone di lama è moderno ma appartenne all'antiquario fiorentino, che possedette altri manufatti di casa Gonzaga, che probabilmente ottenne come spoliazione della tomba dell'eroe della battaglia di Fornovo e marito di una delle più famose e colte donne del Rinascimento, Isabella d?Este.