2012 La fine del mondo: catastrofe o buon auspicio?
di // pubblicato il 21 Dicembre, 2008
Spesso, nell’immaginario collettivo, invocando il nome dell’antica civiltà Maya, corrono subito alla mente le numerose profezie che questo popolo seppe predire.
Con il giusto scetticismo e dovere d’indagine, legati a una reticenza comune nel trattare queste tematiche, la scrivente si è immersa, non senza titubanze, all’interno di questa spinosa tematica, per cercare di capire dove stessero i margini di realtà e plausibilità.
Tuttora tra noi, uomini del Ventunesimo secolo, popolazione che si ritiene evoluta, il vaticinio è ancora all’ordine del giorno, come traccia profonda di antichi retaggi e necessità sempre attuali dell’uomo di trovare rassicurazioni, segni e spiegazioni dell’ineffabile che non conosce, nelle più disparate manifestazioni del mondo sensibile. Su questa scia da sempre sono state interpretate alcune “profezie”maya come preannunci delle più disparate catastrofi naturali e, in particolare, della fine del mondo.
Nella visione maya, si sono susseguite nel tempo cinque epoche cosmiche corrispondenti ad altrettante civiltà. L’era nella quale tutt’ora noi ci troviamo è quella dell’Età dell’Oro, le precedenti Ere dell’Acqua, dell’Aria, della Terra, del Fuoco, si sarebbero estinte tramite tragici cataclismi provocati dalle inversioni del campo magnetico terrestre, dovute a uno spostamento di asse del nostro pianeta. La variazione dell’inclinazione assiale rispetto al piano dell’ellittica del sistema solare risulterebbe infatti, per il pianeta Terra, ciclica. La conseguenza più lampante consisterebbe nel cambiamento del clima in ogni parte del globo, le specie animali sarebbero distrutte e le civiltà ridotte in rovine disseminate sulla crosta terrestre.
Venendo più nello specifico per quanto riguarda la profezia che ci interessa, questa sarebbe calcolata in base alla prossima inversione dell’asse magnetico terrestre che, secondo i Maya, dovrebbe avvenire proprio il 21 dicembre 2012. Leggende, metropolitane o meno, vorrebbero che lo stesso Pentagono avesse presentato, nel 2003, un dossier nel quale si prevedono immani catastrofi causate dallo sconvolgimento delle temperature nell’anno 2020.
La civiltà maya, incredibilmente progredita, come sappiamo, nei campi dei calcoli matematici e astronomici, era pienamente convinta della validità del proprio calendario.

Questo, così come lo conosciamo noi oggi, è probabilmente la punta di diamante di una cultura da ritrovare tra il 50 e il 100 a.C., dovuta alla mano di esperti, i Toltechi, un popolo che veniva da una zona imprecisata del nord America. Sacerdoti, astronomi, filosofi e scienziati cooperarono per creare questo preciso ingranaggio capace di calcolare con grande esattezza anche eventi astronomici quali le eclissi. Per averne un esempio basti sapere che l’eclissi solare dell’11 agosto del 1999 si è verificata con soli 33 secondi di ritardi rispetto a quanto da loro previsto attorno al 3.000 a.C..
Gli elementi che componevano il calendario erano nove: il Kin, nome che denominava il Sole e il sacerdote solare, quindi un elemento estremamente vitale, era il Giorno. I mesi erano gli Uinal, costituiti da venti giorni con l’aggiunta di un ulteriore mese di soli cinque giorni per arrivare a 365. Il Tun l’anno, era quindi costituito da 365 giorni e non erano mai contemplati gli anni bisestili. Il ventennio era il Katun, ossia venti Tun, ed ulteriori multipli di venti: il Baktun, il Karaktun, il Kinciltun e l’Autun ( cent’anni). Vanno poi aggiunte altre piccole ma marginali modifiche per avere maggior precisione su tempi, stagioni e orari.
Compreso meglio il calendario è necessario sapere che i Maya iniziavano la conta degli anni utilizzando appunto come riferimento stelle e pianeti, quello che era denominato “il Grande Conto” era basato sui movimenti del pianeta Venere. In questo modo essi divisero il tempo in una serie di cicli che partivano dalla nascita del pianeta stesso. Ognuno di questi cicli si esauriva all’incirca in 1 milione e 872 000 giorni. Per questo, il ciclo attuale, quello che abbiamo detto essere dell’Età dell’Oro, vede compressa la sua durata tra il 13 agosto del 3114 a.C e il 21 dicembre 2012 d.C.
Detto questo le interpretazioni diffuse per il sopracitato istinto e bisogno umano di dati reali che prefigurino il futuro, ha portato l’umanità a interpretare queste previsioni come indice di apocalittici presagi.
Tuttavia, seguendo più attentamente le indagini compiute nel 2002 da Carlos Barrios, scopriamo che in realtà ciò che i Maya auspicarono per il 2012 è di natura totalmente differente.
Nato da una famiglia spagnola, in una regione montuosa del Guatemala, El Altipiano e più precisamente in un territorio di insediamento della tribù Maya dei Mam che, come altre popolazioni Maya, continuano a custodire parte della loro tradizione e cultura indigena, divenuto antropologo e ricercatore Barrios per molto tempo (quasi venticinque anni), studiò con gli anziani indigeni, diventando anche sacerdote officiante e guida spirituale. Con questi intraprese una serie di studi, ricerche, conversazioni per apprendere i segreti dei diversi calendari Maya e per dimostrare quanto capillare e attento volle essere il suo lavoro basti sapere che intervistò più di seicento anziani. Ma sono proprio questi anziani a smentire la profezia che vuole la fine del mondo nell’anno 2012.
Un cambiamento globale in quella data effettivamente si verificherà anche secondo gli indigeni, ma sarà una rinascita, inizierà il Mondo del Quinto Sole contraddistinto, ancora una volta, da una particolare situazione planetaria. Il meridiano solare intersecherà l’equatore galattico, la Terra si allineerà con il centro della galassia e all’alba di quel 21 dicembre 2012, che scaturisce concordemente dalla lettura del calendario maya, per la prima volta dopo 26.000 anni (ossia dall’inizio dell’Età dell’Oro nella quale ci troviamo) il Sole nascente coincidendo con l’intersezione delle Via Lattea creerà una struttura considerata espressione del Sacro Albero, ossia l’Albero della Vita presente in tutte le maggiori tradizioni spirituali, e aprirà così un canale energetico che fluirà verso la Terra, purificando il pianeta e chi lo abita.
Per i Maya questa sarà una straordinaria occasione di rinascita, se la popolazione terrestre sarà in grado di coglierla, per poter giungere a un livello di società superiore. Proprio per questo motivo il momento che stiamo vivendo risulta il più importante di tutte le epoche da loro scandite, si arriverà al collasso per poi giungere alla rinascita, a una risistemazione più giusta degli equilibri terrestri che porterà gli umani ad unirsi a sostegno della vita e della luce (intesa come energia fondamentale). L’etere sarà il medium dominante in quanto elemento che permea tutto lo spazio trasmettendo un’ingente flusso energetico.
Lungi dall’essere totalmente scientifica e imparziale, questa lettura di Barrios viene nettamente a contraddire quella a noi più comune, nata dai più attecchiti e antichi movimenti della fantapolitica mondiale che hanno radicato nella cultura occidentale il seme della paura e dell’attesa dei più tremendi rivolgimenti sociali e naturali.
Nonostante tutto mi pare esserci, anche nella lettura dello studioso, qualcosa di comune con la nostra tradizione spirituale che non smette di attendere un Giorno del Giudizio che, dopo tremendi sconvolgimenti, porterà ad un mondo migliore. Del resto quello che gli stessi Maya auspicano da secoli per il 2012 è proprio la venuta di una umanità migliorata.
CIVILTA', CULTURA ED ARTE MAYA
La storia della popolazione Maya ebbe come culla il Messico, nella zona compresa negli attuali stati del Chiapas, del Quintana Roo, del Campeche, dello Yucatan e si estese al Guatemala, al Belize e alle Honduras.
Oggi il gruppo di Maya più popoloso si trova nello Yucatàn, nome che deriva dall’esclamazione pronunciata dagli indigeni locali alla domanda dei conquistadores spagnoli su quale fosse il nome della propria terra e che ha probabilmente come significato “non capisco”. Come è scontato una generica e progressiva messicanità ha fatto si che l’identità maya diminuisse notevolmente.
La cultura maya può essere divisa in tre periodi principali: Periodo Preclassico (1800 a.C - 250 d.C.), Periodo Classico (250 d.C.-925 d.C.) e Periodo Postclassico ( 925 d.C.-1530 d.C.), visto come periodo del collasso che portò all’abbandono di molti centri e a un maggiore spostamento degli insediamenti verso nord.
Tra tutte le civiltà precolombiane quella dei Maya fu l’unica a lasciare numerose iscrizioni, comprese solamente dalla classe sacerdotale o dai dignitari, basate su una scrittura logosillabica che era cioè strutturata da una corrispondenza tra una parola e un simbolo o grafema.
Il sistema di numerazione aveva come base il numero venti, quindi era vigesimale. La matematica era, per questa civiltà, estremamente importante, in quanto faceva parte della sfera religiosa e rappresentava forme possibili di controllo dell’energia sacra proveniente dagli astri.
Le divinità da essi adorate erano disparate e numerose, ma originate tutte da un culto più antico di un supremo Dio creatore che, troppo remoto e lontano rispetto alla loro vita, chiamò così in causa uno stuolo di divinità mediatrici in gradi di curare ogni aspetto o fase della vita; niente di più vicino al culto cattolico dei santi.
Le lotte eterne tra forze del male e del bene erano anche per loro all’ordine del giorno. Moltissime le rappresentazioni plastiche che hanno effigiato le divinità con tratti stilizzati, con elementi vegetali ed animali combinati, talvolta, a forme umane. Del resto i Maya credevano che le loro divinità fossero in grado di manifestarsi sia attraverso fenomeni naturali sia tramite gli animali. Li ritenevano entità in qualche modo imperfette e dotate, come gli uomini, di nascita e morte, per questo necessitavano di continui alimenti per mantenerli in vita. Non erano essere immutabili, di conseguenza anche la loro iconografia era li più vasta, tranne per alcune che, essendo tra le più rappresentate e importanti, presentavano caratteristiche stabili. La più nota è la figura del Drago simbolo del creatore del mondo, ma ricorre spesso anche il Serpente-Uccello piumato che regolava l’ordine della natura e del cosmo, simbolo l’uno della terra e l’altro dell’incarnazione del cielo.
La struttura politica Maya era basata sulla suddivisione in più città Stato, da questa scansione derivò un tratto peculiare della loro manifestazione artistica (di precisa destinazione cerimoniale) che era differenziata nei vari centri, non escludendo però alcuni temi ricorrenti e basilari. Si contano all’incirca 116 centri e in questi la tipologia architettonica è la medesima di volta in volta declinata in base alle condizioni ambientali e alle necessità del luogo. Caratteristici di ogni centro erano i grandi templi su alti basamenti, le piramidi a gradoni per le funzioni sacerdotali e per le esigenze tombali, i palazzi signorili, i cortili per il gioco della palla a carattere divinatorio e religioso (sferisteri), le grandi piazze per raccogliere la popolazione delle campagne nei giorni di festa.
Tutt’intorno si disseminava la campagna popolata da meticolosi contadini dediti alla coltivazione del mais.
Gli edifici non erano mai progettati isolatamente ma considerati all’interno di interi complessi.
I materiali usati erano perlopiù blocchi squadrati di pietra calcarea per le pareti, pietrisco e lastre di pietra per pavimentazioni e basamenti. Il legno di mogano era impiegato per rinforzare volte, impalcature e scale. Alla fine il tutto veniva ricoperto di stucco ottenuto mescolando calce con acqua e una soluzione di gomma vegetale.
Peculiare maya fu la “falsa volta” composta da due muri uniti superiormente grazie al progressivi avvicinamento delle file di pietra.

Lo spessore di questi muri era amplissima, mentre i vani erano piuttosto esigui proprio a causa dell’ingente peso delle volte.
Frequenti erano poi i grandi mascheroni in stucco in sembiante di divinità posti ad ornavano questi templi che, con la loro maestosità, avevano il compito di impressionare i devoti.

Interessante osservare come i templi, le piramidi e i palazzi maya, una volta scoperti dall’interesse occidentale già dal XVI secolo all’epoca della conquista del Continente, pur essendo ormai da tempo in abbandono, e forse proprio per la loro ubicazione in luoghi difficili e poco accessibili oltre alla loro particolarità, colpirono immensamente l’immaginario europeo. Ce lo testimoniano numerosi scritti, disegni e taccuini di immagini raccolte durante queste esplorazioni che si sono in seguito protratte per molti secoli, dove la grandiosità della rovina incombe letteralmente sui piccoli esploratori.

La scultura era in gran parte associata all’architettura e caratteristiche erano: l’uso del rilievo, la monumentalità nello sviluppo dei temi, la policromia e la profusione di segni calligrafici e ornamentali. Numerose ed elaborate furono le steli commemorative che tuttora si trovano in terra maya.

La pittura, invece, sopravvive oggi in pochissimi esemplari, ma da questi possiamo capire che lo stile del periodo classico raggiunse grande perfezione tecnica e qualità artistica grazie al modo in cui seppe equilibrare naturalismo del disegno con una certa gravità dei temi scelti. La prospettiva, ovviamente, essendo come ci insegna Panofsky una forma simbolica di una precisa epoca e cultura rinascimentale fiorentina, era sconosciuta, ma non per questo si veniva meno alla resa della spazialità realizzata con sfumature e gradazioni di colore.
I rinvenimenti maggiormente significativi sono rappresentati dalle pitture morali di Bonampak (Chiapas) in un edificio del 790 d.C. dove, in tre stanze, sono narrate imprese belliche con cerimonie preliminari, battaglie e sacrificio finale.

Le decorazioni pittoriche erano usuali nelle tombe, nei templi e nei palazzi ed i temi vari ed eterogenei: musicisti, danzatori, personaggi con maschere di animali acquatici, sacerdoti e maestri di cerimonie, signori e nobili detentori del potere delle città, donne che si acconciano e si struccano, battaglie, il trapasso dalla vita alla morte, celebrazioni della vittoria, rituali scene di violenza e sacrifici umani..

Nonostante tutto i manufatti più abbondanti sono ovviamente rappresentati dalle ceramiche che, partendo da una base piuttosto semplice, acquistarono col tempo una loro complessità fatta di inserti antropomorfi e decorativi di grande impatto estetico, che tutt’ora persistono nell’artigianato tradizionale locale.